Un dissidente cinese sostiene che i comunisti versino 2 miliardi di dollari per “politiche di favore”.

ROMA – Guo Wengui, dissidente cinese in esilio, ha affermato questo fine settimana che il Partito comunista cinese (PCC) “stanzia 2 miliardi di dollari all’anno” per ripagare il Vaticano per il silenzio sulle atrocità cinesi.

In un’intervista del 20 giugno su The War Room , Guo ha affermato che il PCC stanzia ogni anno ingenti somme per vincere la fedeltà di paesi stranieri tra cui il Vaticano, l’Italia e l’Australia. Tra questi, il Vaticano riceve ogni anno fino a 2 miliardi di dollari dal Partito Comunista Cinese, ha affermato.

“Il Partito comunista cinese stanzia 2 miliardi di dollari ogni anno” per ottenere influenza sulla politica interna del Vaticano e per pagare il silenzio sulla repressione della libertà religiosa da parte del PCC, ha affermato il controverso informatore miliardario.

Guo ha precedentemente affermato che la Cina ha elaborato una strategia completa per il dominio del mondo conosciuta con le iniziali “BGY”, che sta per Blue (controlla Internet), Gold (acquista influenza con denaro) e Yellow (seduce le persone chiave con il sesso).

Dal 2014, il PCC ha formulato politiche interne per investire una certa percentuale di scambi con i paesi stranieri nel programma BGY per erodere il sistema statale locale, ha detto Guo sabato, e l’attuale quota BGY per gli Stati Uniti è del 5%.

Secondo i dati dell’Ufficio commerciale degli Stati Uniti, il volume totale degli scambi tra la Cina e gli Stati Uniti nel 2018 era di $ 7,37 trilioni. Se calcolato in base al 5%, l’importo utilizzato per BGY negli Stati Uniti sarebbe quindi di circa $ 36,8 miliardi, ha detto Guo.

Guo ha anche offerto un calcolo simile per l’Australia.

“Il volume degli scambi tra il PCC e l’Australia è di circa $ 200 miliardi di dollari”, ha detto. “In precedenza, l’1% era utilizzato per BGY, ma è salito al 5%. Cioè, $ 10 miliardi sono stati usati per BGY “.

Secondo Guo, queste enormi quantità di fondi BGY sono impiegate per una varietà di usi, tra cui corruzione di funzionari locali, regolamentazione della messaggistica dei media e controllo delle risorse locali.

Un rapporto del 2019 pubblicato dall’ International Cyber Policy Center presso l’Australian Strategic Policy Institute rivelava che centinaia di account Twitter collegati allo sforzo sostenuto dallo Stato per denigrare le proteste a favore della democrazia a Hong Kong erano stati precedentemente utilizzati per colpire i critici del governo cinese, principalmente Guo Wengui.

I conti facevano parte di una campagna di informazione coordinata operativa da più di due anni per colpire il signor Guo e l’editore imprigionato Gui Minhai.

“Questi primi sforzi sono un tentativo di modellare il sentimento e la narrativa internazionale attorno a questi importanti critici del governo cinese e di modellarli in modo tale da influenzare la percezione della diaspora cinese di questi individui”, ha affermato Jake Wallis, uno dei rapporti autori principali.

Da parte sua, il Vaticano porta avanti un’offensiva con il PCC per diversi anni e nel settembre 2018 ha firmato un importante accordo segreto con Pechino in merito alla nomina dei vescovi cattolici in Cina.

Secondo il veterano giornalista vaticano John L. Allen, Jr., il Vaticano non ha risparmiato alcuno sforzo nel tentativo di convincere Pechino a intrattenere relazioni diplomatiche, una priorità fondamentale del papato di Francesco.

Il Vaticano è “bramoso di una relazione con la Cina, e spesso apparentemente disposto a soffocare obiezioni e regalare molto” per avanzare verso quell’obiettivo, ha scritto Allen il mese scorso.

In breve, “il Vaticano si sta muovendo a pieno ritmo nel suo corteggiamento di Pechino, con l’ultimo premio rimasto pieno di relazioni diplomatiche, una posizione legale sicura per la chiesa e partenariati sulla scena globale”, ha scritto Allen.

L’ouverture del Vaticano 2018 a Pechino è stata addolcita dal lancio di maggio 2020 di una nuova edizione cinese della rivista Civiltà Cattolica , redatta dai gesuiti , che gode di uno status semi-ufficiale del Vaticano, ha osservato Allen.

La Civiltà Cattolica ha affermato che la nuova edizione si intende “come un gesto di amicizia, dato il ruolo sempre più importante che la lingua cinese svolge nel mondo contemporaneo nel contesto globale”.

La valutazione del sig. Allen del corteggiamento del Vaticano nei confronti della Cina è in linea con ciò che anche altri osservatori vaticani hanno osservato.

Francesco sogna di essere il papa che stabilirà relazioni diplomatiche con Pechino e per raggiungere questo obiettivo è disposto a fare “concessioni”, ha dichiarato l’analista vaticano Alban Mikozy alla televisione francese lo scorso dicembre.

“Papa Francesco è un uomo prudente”, ha detto Mikozy . “Persegue un sogno: essere il sovrano pontefice che ripristinerà i rapporti tra Cina e Vaticano”.

“Per fare questo, è pronto a fare alcune concessioni: non dire nulla su Hong Kong, non eccitarti troppo quando il leader cinese parla di riscrivere la Bibbia”, ha aggiunto, in riferimento agli annunci che il PCC intende ritradurre la Bibbia e altri testi sacri per renderli conformi all’ideologia socialista.

A causa di questo desiderio generale, ha affermato Mikozy, il papa è disposto a chiudere un occhio sulle violazioni del PCC della libertà religiosa e di altre questioni relative ai diritti umani.

Lo scorso novembre, ad esempio, durante una conferenza stampa in volo durante il suo volo di ritorno dall’Asia, il papa ha ribadito il suo desiderio di visitare la Cina, schivando le domande sulle proteste contro la democrazia di Hong Kong.

“Vorrei andare a Pechino”, ha detto Francis. “Io amo la Cina.”

Secondo Mikozy, il silenzio del papa su Hong Kong suggerisce che farà di tutto per non offendere il PCC.

Il papa ha elogiato in modo sincero la Cina, insistendo sul fatto che il governo comunista cinese protegga la libertà religiosa e che “le chiese siano piene”.

Nel frattempo, il cancelliere della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali, il vescovo argentino Marcelo Sanchez Sorondo, ha sostenuto la Cina comunista come il miglior modello per vivere l’insegnamento sociale cattolico oggi.

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Russia & Cina: storia di un’ alleanza a geometria variabile

“Potete farvi più amici in due mesi mostrando interesse per gli altri di quanti vi riesca di farne in due anni tentando di indurre gli altri ad interessarsi a voi”.

Su questa frase si costruisce tutto il rapporto dell’innaturale quanto curiosa alleanza moderna tra la Russia di Vladimir Putin e la Cina di Xi Jinping, allenza è bene sottolinearlo fortemente voluta da Mr. Obama.

Due popoli e due culture completamente agli antipodi.

Prima di iniziare la riflessione, infatti, occorre ricordare preliminarmente che la Russia di fatto era parte integrante dell’Europa fino al crollo della dinastia degli Zar e che proprio la nobiltà Russa rappresentava un’icona di stile per i “follower” europei.

Lezioni di classe

Nelle stanze del vecchio palazzo d’inverno oggi Hermitage fortemente voluto dalla zarina Elisabetta di Russia, progettato da un italiano, Bartolomeo Rastrelli, giace la collezione d’arte più importante al mondo messa insieme da Caterina la grande, che di capricci se ne intendeva! Pezzi unici pagati fino all’ultimo centesimo, dettaglio non di poco conto, considerato che in Europa a quel tempo c’era la napoleonica usanza di invadere i paesi confinanti per appropriarsene.

Cina e Russia, nel corso della storia, si sono sempre diffidati vicendevolmente specie nel corso delle sporadiche alleanze avvenute casualmente nel corso della storia, come ad esempio quella di San Valentino del 1950.

Stalin e Mao, in quel momento erano entrambi in guerra con Washington e decisero di siglare un accordo di collaborazione unendo le forze sulla guerra di Corea. Non dimentichiamo però che solo pochi anni prima, nel corso della seconda guerra mondiale Mosca e Washington erano alleati contro i tedeschi mentre Washington e Pechino erano alleati contro i kamikaze giapponesi.

Altro curioso aneddoto che ci aiuta a comprendere i rapporti tra due terre a noi così lontane è dato dall’irritazione che provavano i russi quando si recavano presso la sede del Partito Comunista Cinese a Zhongnanhai nella Città Proibita dove nella sala dei congressi i compagni cinesi avevano installato una cartina geografica nella quale il territorio cinese veniva colorato per riempimento dalla trama della bandiera comunista cinese.

Fin qui niente di strano se non fosse che questa bandiera non rispettando i limiti geografici vigenti, sconfinava sul suolo russo ricoprendo proprio i territori contesi.

Un affronto insopportabile per i Russi, ai quali giravano vorticosamente le matriosche al solo pensiero che in quella sala, per giunta, si presentavano anche i leader di altre nazioni che notando lo sfoggio della superbia cinese operata per mezzo della cartina geografica della discordia, non potevano fare a meno come una pettegola dirimpettaia, al rientro, di telefonare a Mosca facendolo notare e gettando così vodka sulla fiamma.

Non sappiamo oggi se quella famosa cartina geografica sia ancora al suo posto ma notando le ambizioni imperialiste cinesi è probabile che ne abbiano fatta installare una più vistosa e dato che il PCC a causa della scarsità di regimi comunisti nel mondo non riceve più molte visite, non sappiamo neanche a chi chiederlo.

Le ambizioni della Cina sulla Russia hanno profonde radici storiche che ritroviamo nell’ Eurasianismo che subito dopo la seconda guerra mondiale si è trasformato in Neo Eurasianesimo.

Vessillo del Movimeno Eurasiatico

Trattasi di un’operazione di guerra psicologica che portò alla nascita di una scuola di pensiero, resa popolare in Russia durante gli anni della guerra fredda per poi manifestarsi fino ai giorni attuali con una certa predominanza.

L’ideologia alla base del movimento è la considerazione della Russia culturalmente più vicina all’Asia che all’Europa occidentale. La nascita della corrente può essere attribuita al supporto che le popolazioni del continente avevano ricevuto in determinate occasioni dai mongoli o più semplicemente sul fatto che circa il 23% del territorio russo appartiene all’Europa, mentre il 77% appartiene all’Asia.

Oggi il Partito Eurasiatico è gestito da Aleksandr Dugin, stravagante filosofo che i media occidentali attribuiscono erroneamente essere vicino al Presidente Putin. Ovviamente non sanno che Putin è solito convocare al Cremlino per confrontarsi tutti i filosofi che esaltino i valori della Patria. Per chi volesse approfondire su queste pagine avevamo già riportato la traduzione dell’intervista a Dugin.

Ma ritorniamo al patto di San Valentino del 1950 e vediamo com’è andato a finire l’accordo siglato dai due partiti comunisti in quel momento storico più potenti al mondo. L’alleanza di San Valentino introdusse nell’immaginario USA una minaccia al mondo libero della portata di un’ecatombe. L’opinione pubblica americane venne talmente traumatizzata che ancora oggi se ne percepiscono i residui.

Tuttavia i leader nordamericani non erano pienamente consapevoli (ora come allora) della fragilità dell’intesa tra PCC di Pechino ed PCUS di Mosca e di quanto sostanziale fosse il risentimento di Mao verso Stalin e poi Krushev. Tantomeno erano a conoscenza del fatto che nell’ottobre 1957 proprio Krushev aveva promesso un prototipo di ordigno atomico ai cinesi in cambio del riconoscimento della leadership sovietica del movimento comunista al termine del programma di aiuti alla Repubblica Poplare Cinese tra il 1959 ed il 1960. Ovviamente stavano mentendo entrambi.

Malgrado il doppio gioco di Mosca in accordo con gli americani per rallentare la Cina, quest’ultima proseguì il proprio programma nucleare ed il 16 ottobre del 1964 testò la sua prima bomba atomica (20 anni dopo la Russia e gli USA) mentre Krushev veniva estromesso dai compagni di partito.

Test atomico cinese del 16.10.1964
Gli USA chiamarono questo test “project 596”

Lo sviluppo nucleare cinese spinse Mosca e Washington nel 1963 a considerare un qualche tipo di intervento nel tentativo di arrestarlo, tanto che nel 1970 il Cremlino contemplò l’ipotesi di effettuare un attacco aereo mirato per distruggere gli impianti nucleari della Cina! Alla faccia dell’amicizia.

Quando Richard Nixon divenne presidente nel 1969, era palese che l’alleanza Sino-Russa era ormai stata svuotata di ogni suo significato. Un pò quello che è accaduto con l’alleanza tra il Partito Comunista Cinese ed il Partito Democratico Americano.

Cambiato il Presidente, il patto si è svuotato di significato. Ecco una delle differenze tra democrazia ed imperialismo: in uno la ruota gira nell’altro no. Notiamo che in Italia pur girando la ruota al governo troviamo sempre i Democratici e questo non ci rende affatto onore mettendoci così al pari della Cina. Per la gioia dei nostalgici di Togliattigrad.

Richard Nixon ed Henry Kissinger

Gli americani già molto spaventati, attraverso il voto chiesero la nomina di Richard Nixon il quale a sua volta spaventato dagli americani nominò Henry Kissinger consigliere alla Sicurezza Nazionale e successivamente Segretario di Stato che programmò abilmente una strategia volta a contrapporre la Russia alla Cina nel perseguimento dell’interesse nazionale americano. Non possiamo escludere che tale idea venne a Kissinger proprio perchè spaventato da Nixon.

Erano gli anni della trasgressione sociale e Kissinger con lavoro sopraffine inventò la diplomazia “triangolare” che venne completamente mandata in fumo da Jimmy Carter che non era esperto di triangoli ma lo era il fratello che lo fece involotariamente silurare grazie alle ammucchiate che faceva con Gheddafi. Onore a Francesco Pazienza.

Carter, sulla base di quanto osservato dal suo consigliere Brezinski, che oggi potremmo collocare nella corrente dei casalini, era un diplomatico che amava le cose “semplici” e nella sua semplicità, appunto, ritenne difficile la gestione della trattativa con Mosca, preferendo più comodo e confortevole tentare un accordo diretto con Pechino.

Questa scelta come abbiamo visto comporterà un terremoto geopolitico e numerose vittime, attuando nel mezzo del conflitto Indocinese il riconoscimento della Repubblica Popolare Cinese con capitale Pechino condannando praticamente all’esilio i nazionalisti cinesi che maledicendo Brezinski dovettero correre a trovare rifugio a Taiwan per non essere fucilati.

Tuttavia Brezinski oltre ad essere buontempone era anche molto fortunato. Tale manovra infatti incrinò talmente tanto i rapporti tra Russia e Cina che quando i primi invasero l’Afghanistan nel dicembre dello stesso anno la Repubblica Popolare Cinese si schierò… contro la Russia! Nuovamente alla faccia dell’amicizia.

A neutralizzare questo colpo di fortuna in successione ci pensò il patriota americano Michail Gorbachev, fino al massacro di piazza Tienamen nel 1989 quando la Repubblica Popolare Cinese venne isolata per poi riavvicinarsi nuovamente grazie all’operosità di una simpatica signora dell’Arkansas, alla quale, evidentemente, da ragazzina non avevano regalato una bambola ma un accendino infatti da grande si è dilettata ad appiccare focolai di guerra nel mondo per poi intervenire immediatamente come pompiera e subito dopo come esattrice, ovviamente sempre affiancata dal fido amico Joe Biden che però sembrava molto più interessato agli hobby da scrivania del marito Bill.

Insomma ad oggi la fisarmonica dei rapporti tra la Cina e la Russia ha smesso di suonare con l’elezione di Trump.

Oggi sentiamo parlare molto dell’amicizia e della leale collaborazione Sino-Russa. Ad ogni trattato che i due leader firmano parte la grancassa mediatica di regime. Per la Russia in realtà sono nient’altro che degli alert lanciati oltreoceano, del tipo “non vi dimenticate di noi” per la Cina invece sono delle vere e proprie minacce del tipo “non vi dimenticherete mai di noi”.

Il sorriso di Pechino

Le dimostrazioni di potere che Xi Jinping non dimentica mai di fare col sorriso, sono dimostrazioni che arrivano fino al Russiagate, boomerang dei democratici probabilmente orchestrato proprio su input di Pechino. Per chi pensa che il Russiagate, chiudendosi con l’assoluzione di Trump non abbia prodotto nessun risultato si sbaglia di grosso.

Pechino è stata così abile da utilizzare una relazione ormai esausta di un partito altrettanto esausto per compiere la profezia di Sun Tzu. Lo conferma il sorriso di Xi Jinping mentre stringe la mano a Vladimir Putin, e Putin che sorride a denti stretti perchè la mano che avrebbe voluto stringere era quella di Donald. Quel Donald compagno di bevute e di serate spassose al cremlino in perfetto stile berlusconiano, uno stile che in Russia è riservato ai veri amici.

Lo stile cinese è più vicino allo stile britannico, celandosi dietro la filosofia ed i falsi sorrisi. Insomma Xi Jinping non è godereccio come Silvio Berlusconi e forse non ama nemmeno la vodka e le belle donne, figurarsi se un russo possa minimamente pensare di ritenerlo un amico!

Fatto sta che i due sono lì, sorridono e firmano contratti di partnership proprio grazie al grande lavoro svolto dai Democratici americani.

Vladimir Putin e Xi Jinping

Il perno dell’equilibrio mondiale oggi è rappresentato dai meccanismi bilaterali di controllo sugli armamenti nucleari, in primo luogo il New Strategic Arms Reduction Treaty tra Russia e USA.

La Cina come al solito non ha sottoscritto accordi e sul nucleare viaggia in modalità autonoma così come ha scelto di fare ad esempio la Francia in Europa.

Una delle particolarità di Pechino che viene ormai accettata come un dogma in occidente è la repulsione alla sottoscrizione di qualsiasi accordo che possa vincolarli in qualche modo, viceversa però imponendo al mondo intero i loro contratti improntati al loro modello di globalizzazione.

I trattati sugli armamenti nucleari sono stati in grado di preservare la pace dal dopoguerra ad oggi ma si reggono su un equilibrio precario e su un principio molto semplice: ogni upgrade di tecnologia militare deve avvenire specularmente per entrambi gli schieramenti.

Non esistono altre opzioni. Questa usanza venne sancita proprio dai ragazzi di via Panisperna che riuscirono – nonostante la personale mancanza di simpatia per i comunisti – ad inviare Bruno Pontecorvo a Mosca tanto più che al suo rientro il povero Bruno per smaltire il viaggio decise di dedicarsi al “sogno americano” e pur non avendo intenzione di mettersi a fare il pasticcere, portò con sé la ricetta della bomba atomica fatta in casa che gli americani faranno poi assaggiare ai giapponesi su Hiroshima e Nagasaki dopo Pearl Harbour.

Ma quanto ci costa il fenomeno della “Cina autonoma”? A giudicare dalle pressanti richieste degli USA ai Paesi Nato di aumentare la spesa per gli armamenti per mantenere il passo con la folle corsa tecnologica cinese sicuramente tanto, circa 250 milioni di euro al giorno e la Russia che sta proprio nel mezzo deve cercare di non perdere i progressi ottenuti ovviamente maledicendo la Cina. Alla faccia dell’amicizia.

Non possiamo tuttavia prentendere la comprensione di fenomeni così complessi ai comitati di accoglienza cinesi a pratica di mare.

In perfetta linea di coerenza con l’unilateralismo sopra descritto, Pechino ha deciso di donare al mondo intero l’utilizzo del 5G che niente ha da invidiare in termini di potenza distruttiva ad una bomba atomica, della quale però stavolta conoscono soltanto loro la tecnologia di comando e di controllo. Un disastro.

Così alla richiesta americana di condividerne il controllo per bilanciare i poteri nello spirito dei trattati nucleari, i cinesi hanno risposto semplicemente alzando il dito medio e premendo sull’acceleratore delle Lobby politiche.

Quindi non meravigliamoci se succedono “cose strane” ultimamente.

Per par condicio ci siamo chiesti semplicemente quali sono le mire espansionistiche della Russia? Quali mercati ha penetrato, quali economie ha compromesso, quali regimi occidentali ha effettivamente manipolato? E siamo andati in fine a cercare il 5G russo scoprendo che non esiste.

Ma quali sono le reali intenzioni di Pechino nell’impiego di questa tecnologia?

Per capirlo prendiamo le dichiarazioni del portavoce ufficiale del ministero degli Esteri cinese Lu Kan rese ad un summit nel 2019 “la Cina ha sempre aderito alla difesa della sua strategia militare, e ha sempre attribuito grande importanza allo sviluppo della difesa per la collaborazione con altri paesi, tra cui ci sono gli USA, ci rendiamo conto che è utile ed è un beneficio la fiducia reciproca per promuovere le relazioni bilaterali e per la stabilità in tutto il mondo”.

Lu Kang ha sottolineato che la Cina e gli USA, come le grandi potenze, hanno una grande influenza nel mondo, e “se tra di loro si forzano ad avere una partnership, hanno la possibilità di ottenere un partner, ma se non sapranno sforzarsi, troveranno un avversario, e allora, senza dubbio, lo avranno“.

Ora cerchiamo di capire qual’è il concetto di Partnership per i Cinesi: il 5G non vogliono condividerlo, non sottoscrivono accordi per il controllo delle armi nuceari, esportano eageratamente più di quanto importano, utilizzano il disavanzo di valuta proveniente dall’export per effettuare massicci acquisti di titoli il debito pubblico degli stati “clienti” per poi ricattarli tramite manovre speculative, non hanno aderito ai protocolli di Kyoto contribuendo massicciamente all’inquinamento globale, effettuano Dumping Commerciale, sfruttano la manodopera in violazione dei diritti umani, non dispongono di un sistema democratico essendo un regime a partito unico, non hanno la benchè minima trasparenza bancaria, nom hanno una magistratura indipendente e così via, verso il sorriso di Pechino.

Sulle nostre tavole o nei nostri negozi abbiamo cercato prodotti russi ma ironia della sorte abbiamo trovato solo quelli cinesi.

Le nostre fabbriche hanno chiuso lasciando una marea di discoccupati delocalizzando in Russia… oppure in Cina? La risposta la conosciamo tutti. C’è da dire che un russo non comprerebbe mai un prodotto italiano fabbricato in russia perchè sarebbe palesemente un falso, cosa ben diversa di quanto accade in Cina dove i brand vengono sistematicamente clonati, industrializzati e distribuiti intossicando i mercati di mezzo mondo.

E’ il classico esempio di gurra commerciale adottato per la prima volta nell’era moderna da un signore la cui stabilità mentale è stata più volte messa in discussione e che decise di invadere la Polonia facendo poi acquistare ai cittadini prodotti spacciati per polacchi ma che in realtà erano fabbricati in Germania. Lo scenario concreto sopra rappresentato è causato in maggior parte dall’effetto delle sanzioni imposte alla Russia e dalle controsanzioni da quest’ultima adottate.

Cosa accadrebbe se l’UE decidesse di revocare le sanzioni alla Russia? Semplice, un risorgimento economico perchè le economie dei paesi della zona euro e quella Russa sono perfettamente complementari. Ciò che manca uno lo ha l’altro e si darebbe vita ad un processo di rinascita economica senza eguali nella storia d’Europa, persino più del commercio dei tulipani olandesi!

Ma se non possiamo aprire il mercato alla Russia perchè la complementarietà da parte loro sarebbe la fornitura di tecnologie hardware, software, e di armamenti, ci chiediamo per quale ragione tale facoltà sia stata lasciata concessa a Pechino che esegue ancora la pena capitale negli stadi da calcio come fosse un evento sportivo ed oggi brandisce il 5G come strumento di controllo globale.

La risposta si trova nel volere dei Democratici USA e del Deep State che non si è sono mai sganciati dalla mentalità della guerra fredda. L’intuizione dei cinesi è stata proprio questa: spingere e fomentare il conflitto USA-Russia per distogliere l’attenzione e realizzare il sacco americano. E ci sono riusciti.

La strategia cinese è stata quella di soffocare gli allarmi dell’intelligence americana sulle operazioni cinesi sul suolo americano con la russofobia.

La Cina ha il secondo budget militare dopo gli Stati Uniti, il più grande esercito, la terza aviazione del mondo e una marina di 300 navi tra cui almeno 60 sommergibili. Ma nel doppio mandato Obama nel mondo dei media e della politica americana tutto questo non conta.

L’FBI lanciò il grido d’allarme rimasto inascoltato definendo Pechino “la minaccia più ampia, più impegnativa e più significativa” nel settore controspionaggio.

Il direttore dell’Intelligence Nazionale al tempo di Obama, Dan Coats che denunciò ripetutamente i tentativi cinesi d’impadronirsi di secreti commerciali e scientifici, affermo che “è tempo di decidere se la Russia sia un vero avversario o un legittimo concorrente”. Le perplessità nei confronti di una politica che continua a privilegiare la paura del vecchio orso russo anziché guardare al nuovo nemico orientale non sono una novità.

L’equilibrio tra la Russia e la Cina è molto sottile ed è dettato solamente da condizioni di circostanza. L’ elemento che ben fa comprendere l’artificialità dell’alleanza quanto la sua fragilità è dato dal fatto che stiamo parlando di due stati profondamente nazionalisti che hanno entrambi la smania del predominio sul globo. Il nazionalismo è così tanto radicato nei due stati dal partito unico che antepongono il valore di Patria alla famiglia, agli affetti ed alla vita stessa.

In Russia un bambino nato nel primi giorni di marzo è stato chiamato dai genitori Covid. Alla domanda del giornalista sulla stravagante scelta, il padre ha risposto che il nome è stato assegnato in onore di un fenomeno che è stato in grado di sottomettere il mondo intero e di piegarlo alla sua volontà.

Figurarsi se il russi abbiano la benchè minima idea di piegarsi ai cinesi, da sempre da loro considerati un popolo dalle usanze strane, a prescindere dal rispetto per la Cina Imperiale.

Possono quindi due stati culturalmente impregnati di nazionalismo essere fedeli alleati? La risposta è senz’altro negativa, e la storia in questo ci è testimone. Se la Germania avesse vinto la seconda guerra mondiale in successione avrebbe provveduto a massacrare prima i giapponesi e poi gli italiani per azzerare ogni possbile forma di minaccia, per dirla in gergo tecnico.

Russia e Cina Continuano a spiarsi vicendevolmente in attesa del giorno in cui, approfittando di una debolezza sistemica degli Stati Uniti uno dei due possa avere il sopravvento. E’ chiaro che i Russi possono trarre un forte vantaggio dalle informazioni carpite ai cinesi.

Proprio per tale ragione la Russia, in chiave anticinese ha supportato la candidatura di Donald Trump.

Si gioiva al Cremlino per il disgelo, per la nascita di un nuovo interlocutore, The Donald, colui il quale è stato incaricato dalla provvidenza in patria al contenimento dello strapotere cinese facendolo rientrare nei confini geograficamente assegnati. Ci hanno pensato di democratici a tutelare gli interessi cinesi riavvicinandoli alla Russia perchè non c’è Cina senza Russia che possa vincere la partita globale.

Ma state tranquilli che la Russia ha ben compreso che l’obiettivo cinese successi o agli americani saranno proprio loro, così come è la Russia è consapevole del fatto di essre in grado di contenere militarmente gli Stati Uniti con i quali gli equilibri sono ben consolidati in un reciproco ricorrersi nella corsa agli armamenti dal 1945 e che sarebbe cosa ben diversa doversi trovare ad affrontare la bestia Cinese che utilizza armi non convenzionali come l’economia travestita da cavallo di troia per arrivare al controllo dell’establishment politico dei Paesi, piegandoli al suo servizio.

Si badi bene che l’impalcatura russa si regge sul sistema di foraggiamento agli oligarchi molti dei quali Kazaki che si stanno affrettando a riconvertire il proprio sistema economico basato solo sull’estrazione di materiale energetico e ben sanno anche loro che non potranno competere con la sopraffine opera di penetrazione cinese lenta ma costante spalleggiata dagli enormi flussi di denaro della Bank of China. I Kazaki diversamente dagli italiani guardano alle future generazioni e mai si sognerebbero di ipotecarlo per commercio.

In questi giorni alla casa bianca si stanno nominando i nuovi ispettori generali che avranno il compito di controllare l’esatto impiego dei fondi stanziati per la crisi da Sars-Cov2, mentre la Bank of China si avvale del controllo di organizzazioni molto poco convenzionali.

All’esplosione del fenomeno “Coronavirus” il sentimento anticinese sta dilagando in Russia che è stata tra le prime nazioni dell’oriente a chiudere ermeticamente i confini con la Cina. Il governo si è ben guardato dal “tentennare” e da esternare dichiarazioni di affetto.

Atteggiamento tipico da alleati? Proprio non si direbbe. I cinesi non hanno una religione perché il partito lo vieta, non hanno un’etica perché il partito lo vieta. Ciòche il partito non vietà è il desiderio di conquistare il Globo replicando il verbo da egli stesso promanato.

I rapporti geopolitici cinesi in chiave di approvvigionameto energetico

La Russia grazie alle sanzioni si è ritrovata costretta a rifornire numerosi segmenti di mercato sui quali ha carenza attraverso i corridoi commerciali cinesi e la Cina ha scoperto che senza la Russia non riesce a soddisfarre il fabbisogno energetico nazionale anche in considerazione delle problematiche in corso sul piano internazionale con l’Iran con il quale la Russia ha rimodulato i rapporti in modo da mantenere stabile il ben più importante rapporto con Israele.

Trump che ricordiamolo è stato eletto grazie al supporto di Israele sul territorio americano, come prima operazione geopolitica ha tentato il disgelo con la Russia. Perché?

Semplice perchè era stato concordato con Israele che mira a depotenziare la Cina in quanto è l’ultimo stato che tiene in vita la moribonda economia Iraniana e che per altro qualora riuscisse in qualche modo ad uscire dal coma, andrebbe ad invadere lo spazio petrolifero sui mercati anche della Russia, alla quale fanno ben comodo le stringenti sanzioni economiche iraniane.

Non dobbiamo dimenticare tra l’altro il gesto di galanteria operato dalla Russia nei confronti degli americani sulla partita della Corea del Nord, ritirandosi e consigliando al leader supremo di eseguire lo storico incontro al 38° parallelo.

Kim Jong Un e Donald Trump

Il rapporto della Russia con la Cina è rinchiuso in questa storia sopra descritta.

Le esercitazioni militari e tutta la propaganda, compresa la de-dollarizzazione.

Figurarsi se qualcuno si sognerebbe mai di acquistare un immobile in una moneta chiamata Renminbi (moneta del popolo) che viene emessa dalla Banca del Popolo della Cina la cui unità monetaria si chiama yuan che si suddivide in jiao e fen, dove uno yuan si divide in 10 jiao Yuan. Meglio investire in ceci toscani.

La Cina è instabile sotto molteplici punti di vista e l’episiodio del “coronavirus” ne è la prova. Qualsiasi stato potrebbe barare sul debito pubblico avendo i bilanci segretati fino al livello del piccolo comune.

Le proiezioni dei potenziali conflitti

L’incertezza e la precarietà della relazione di alleanza sono anche aggravate dall’assenza di fondamenta ideologiche, sufficienti a cementare durevolmente la convergenza della “strana coppia” in contrapposizione agli USA.

I potenziali conflitti esistenti tra Russia e Cina in Asia centrale sono dovuti al fatto che l’intera area si trova al centro del progetto cinese delle vie della seta, mentre la Russia ha interesse a realizzare e ad approfondire un’Unione Economica Eurasiatica.

L’obiettivo dei due progetti è infatti differente e conflittuale: la Cina intende creare nell’area dell’Asia centrale un corridoio logistico-infrastrutturale che la connetta all’Occidente, verso i mercati europei e mediterranei, mentre la Russia intende creare con l’Unione Economica Eurasiatica, uno spazio economico e un mercato comune sui territori dell’ex URSS, al fine di stimolare gli scambi, favorire la mobilità delle persone e ripristinare parte delle relazioni che si erano lacerate dopo il crollo dell’Unione Sovietica.

L’altro motivo di potenziale conflitto di medio-lungo periodo tra la Russia e la Cina è il problema demografico, che spinge Pechino a considerare l’espansione esterna verso la Siberia, come la soluzione più logica della sovrappopolazione cinese, ma che dai russi viene vista come l’incarnazione della ‘minaccia gialla’ il ritorno della maledizione cartina geografica della discordia.

L’emigrazione verso la Siberia è accompagnata dal convincimento, diffuso in Cina, che i lavoratori sinora emigrati debbano essere protetti nel loro diritti e interessi, convincimento che, dal punto di vista della Russia, starebbe ad indicare che le autorità cinesi, non solo si limitano a incentivare l’emigrazione, ma che intendono organizzarla, guidarla e proteggerla.

L’intenzione della Cina di proteggerla, infatti, potrebbe divenire tale da rendere inevitabile l’aggressione militare che al pari delle guerra commerciale con gli Stati Uniti rappresentano elementi non prevedibili portatori di incertezza nei futuri rapporti tra Russia e Cina.

Ma ciò che rende particolarmente incerta la relazione di alleanza tra Russia e Cina è l’inconciliabilità dei loro interessi nel breve periodo, a causa della diversità delle condizioni economiche in cui versano. La Russia ha bisogno di vendere materie prime (in particolare energetiche) ed armi, al fine di alimentare la propria economia; tuttavia, il vero problema di Mosca, al di là delle sanzioni, è costituito dalla necessità di diversificare la propria economia (rimasta in gran parte ferma al periodo sovietico), troppo dipendente dalla rendita delle risorse naturali e dall’esportazione di armi.

Le sanzioni hanno indubbiamente peggiorato la situazione interna della Russia, intimorendo gli investitori occidentali ma questo non significa che, in sostituzione di questi ultimi, sia pronta ad intervenire la Cina.

Se nel 2018 la grande potenza asiatica ha rappresentato il principale acquirente delle esportazioni russe di petrolio e di gas, essa non ha la possibilità di espandere ulteriormente le importazioni energetiche dalla potenza confinante, a causa dei limiti dettati dalle carenze infrastrutturali esistenti fra i due Paesi e su questo stanno reciprocamente collaborando.

Nel 2017, il Celeste Impero ha esportato un volume di merci il cui valore è stato pari al 20% del PIL, mentre gli USA hanno rappresentato il suo principale mercato di assorbimento, acquistando circa il 19% delle sue merci.

La Russia fino a tre anni fa ha acquistato solo il 2% delle esportazioni totali della Cina, non può quindi costituire una valida alternativa ai mercati, soprattutto occidentali, che rappresentano la via sicura per il consolidamento e l’espansione del sistema produttivo cinese.

Inoltre, sempre nel breve periodo, vi è un altro potenziale motivo di inconciliabilità degli interessi russi con quelli cinesi. Come è già stato messo in evidenza, una delle due voci delle esportazione della Russia è quella delle armi in svariati Paesi del mondo.

Questo tipo di esportazioni non può, prima o poi, non collidere con l’interesse della Cina a continuare a realizzare il proprio progetto delle vie della seta, finalizzato ad allargare il mercato di collocamento dei propri prodotti manifatturieri, in condizioni di pace e stabilità politica in tutta l’area del mondo; un obiettivo che le esportazioni russe di armi rendono, se non impossibile, fortemente improbabili.

In conclusione, per tutti questi motivi di medio-lungo e di breve periodo possiamo considerare una “mera illusione”, la possibilità che la relazione di alleanza tra Russia e Cina sia destinata ad approfondirsi e a consolidarsi semplicemente perchè hanno visioni differenti del sistema mondo.

C’è da segnalare però un elemento critico. La Russia è una potenza oppressa a differenza della Cina che trova sempre le porte aperte alle sue merci ed ai suoi servizi, quindi mentre la prima vorrebbe cambiare il sistema la seconda vorrebbe semplicemente infiltrarlo, operando un mero “passaggio di quote” erodendo tranche di mercato USA.

Tutto questo ha una validità fino a quando il 5G non entrerà con prepotenza nella vita di tutti i cittadini del mondo e qualora i cinesi decidano di condividerlo con i russi o molto più probabilmente i russi riusciranno ad appropriarsene saggiamente quando la rete globale sarà ormai estesa.

Telesio2

5G e Cybercomunismo: radici e proiezioni sul predominio globale

La tecnologia 5G ed il pensiero unico totalitario del Comunismo oggi incarnato nel PCC di Pechino presentano diverse analogie comuni, sembra infatti che tale tecnologia sia stata creata ad immagine e somiglianza di una visione ideologica imperialistica.

La soppressione della libera manifestazione del pensiero ed i radicali sistemi di controllo e repressione del popolo sono sempre stati delle note specialità dell’ideologia comunista. Lo aveva ben compreso George Orwell che aveva semplicemente proiettato quell’ideologia politica al tempo della società digitale, creando una visione, la cui infrastruttura tecnologica oggi si può osservare cristallizzata nel 5G.

Link al video YouTube di approfondimento.

Lo stesso Whatsapp è stato inventato proprio sull’esperienza del comunismo da un ragazzo di Kiev, Jan Koum che in un’intervista a Forbes racconta “Non avevi bisogno di leggere 1984 di Orwell perché lo stavi vivendo».

Il concetto di monopolio della verità e relativo condizionamento delle facoltà mentali in Russia veniva attuato dalla Pravda, che significa Verità, l’unica ammessa dal Partito. La Pravda – ironia della sorte – venne ideata da Lev Trockij come voce libera da contrapporre alla censura degli Zar. Nessun popolano avrebbe mai potuto immaginare che di fatto sarebbe diventata peggio.

Il tema della Pravda oggi è di grande attualità grazie all’istituzione ed al monopolio del Fact-Checking, ovvero portali web di organizzazioni non governative o società private che stabiliscono in maniera gratuita e praticamente netta, il vero dal falso. Una sorta di setta religiosa della verità che stipendia degli operatori per tale mansione.

Il PCUS di Mosca ha avuto l’onere di finanziare e di formare il PCI Italiano al quale ha trasmesso anche i sistemi di controllo sociale, formazione e gestione del potere che ancora oggi sono egregiamente esercitati dai quadri dirigenti del Club Politico che ha inglobato il disciolto PCI e la DC, attraverso la “gestione” sopraffine del settore dell’informazione.

La Pravda in Italia si basa sui “portatori di interessi” ovvero multinazionali, gruppi o famiglie che detengono l’azionariato delle società della galassia dei media e della carta stampata, che legano il fenomeno ideologico al fenomeno economico, facendo rete con i movimenti ed i partiti politici.

Mentre in Italia la Pravda è di gruppi finanziari privati, in Cina è ancora del Partito Comunista Cinese.

Con la disfatta del PCUS sovietico il PCI italiano, non vedendo più un rublo arrivare è dovuto andare alla ricerca del nuovo finanziatore che nell’era del capitalismo non poteva che non essere privato. “The future is private” dice spesso Mark Zuckerberg.

Le Multinazionali che foraggiano la politica, per la precisione sono stati paralleli dotati di propri servizi informativi, propri giornali, proprie reti televisive, proprie banche, proprie braccia operative denominate contraddittoriamente ONG.

Le multinazionali non possono sopravvivere senza entrare in simbiosi con la politica le cui scelte si ripercuotono istantaneamente sugli introiti delle stesse.

L’inganno del nome

Il nome potrebbe trarre in inganno, la quinta generazione delle telecomunicazioni (5G) non è un’evoluzione della quarta (4G) ma si tratta di uno strumento completamente diverso e rivoluzionario.

Riuscirà infatti a trasformare ogni singolo dispositivo il un piccolo ripetitore che dialogherà autonomamente facendo anche da ponte con tutti gli altri ad una velocità duecento volte superiore a quella attuale.

In pratica tutto ciò che contiene una scheda elettronica sarà connesso alla rete 5G: elettrodomestici, smartwatch, automobili, caldaie, frigoriferi, sistemi di sicurezza, server di qualsiasi tipo e così via che diverranno così un sistema di ricetrasmettitori che copriranno ogni angolo di terra abitata dall’uomo.

Quindi la prima analogia tra 5G e PCC è l’interconnessione e l’interattività, ovvero la capacità di ricevere e trasmettere dati ed informazioni ad altri sulla base di esigenze autonome, un pò come avviene tra gli esseri umani. Cosa che con il 4G non era possibile fare perché il “dialogo” avveniva solo tra dispositivo e ripetitore ed al massimo con i dispositivi raggiungibili dal Wi-fi o dal Bluetooth.

La seconda analogia è individuabile nella coscienza. Ovvero dalla proiezione futura dell’utilizzo della tecnologia su scala globale in coerenza con i processi storici che hanno portato alla formazione del pensiero unico di Pechino.

Parliamo del processo di globalizzazione interno subito dalla Cina, oggi unico al mondo nel suo genere. Una sorta di regime totalitario naturalizzato per ragioni storiche. Vediamo perché.

L’eccezione cinese

Gli USA sono un melting pot unificato da poco e che contiene centinaia di lingue e gruppi etnici e la Russia un tempo nulla più che uno staterello slavo attorno a Mosca, passò agli Urali solo nel 1582 inglobando da quella data fino al XIX secolo decine di popoli non slavi, molti dei quali mantengono ancora oggi cultura e tradizioni. L’India, l’Indonesia ed il Brasile sono creazioni (o ri-creazioni nel caso dell’India) politiche recenti che ospitano ripettivamente 850, 670 e 210 lingue.

La grande eccezione è rappresentata dalla Cina, la nazione più popolosa al mondo che oggi appare monolitica dal punto di vista politico, culturale e linguistico. Era già unita nel 221 a.C. ed è rimasta tale per quasi tutti i secoli successivi. Dalla prima apparizione della scrittura, in Cina si è sempre usato un solo sistema, mentre in Europa si sono visti decine di alfabeti. Su un totale di un miliardo e cinquecento milioni di cinesi, più di 800 milioni parlano il mandarino, la lingua che ha di gran lunga il maggior numero di parlanti al mondo, altri trecento milioni utilizzano idiomi così simili tra di loro e al mandarino che la comprensione reciproca è del tipo di quella tra spagnolo ed italiano.

Non solo, la Cina non è un crogiolo di etnie e culture, ma la stessa domanda “come la Cina divenne cinese” sembra assurda; la Cina lo è sempre stata, quasi dall’inizio della sua storia scritta. I cinesi del nord e quelli del sud sono profondamente diversi, molto più della differenza che potrebbe intercorrere ad esempio tra svedesi ed italiani, così come le marcate differenze climatiche.

La quasi unità linguistica della Cina è inaspettata se confrontata alla disomogeneità di altre parti del mondo in cui l’uomo si è insediato da meno tempo. La Nuova Guinea che è grande un decimo della Cina è stata abitata per soli quarantamila anni ed ospita un migliaio di lingue diverse in decine di gruppi dalle differenze assai più marcate di quelle presenti tra le otto famiglie cinesi.

L’Europa occidentale nei 6/8mila anni dall’arrivo degli indoeuropei ha fatto in tempo a trovarsi con una quarantina di lingue tra cui possono esistere differenze notevoli, come tra inglese, finlandese e russo.

La Cina è abitata da almeno cinquemila anni: che cosa è successo alle decina di migliaia di lingue che devono essere sorte sul territorio in tutto questo tempo? La risposta è che la Cina era un coacervo di etnie ma al contrario di molte altre regioni è stata unificata assai presto.

Questo processo di “sinificazione” comportò la drastica omogenizzazione di una vasta area e la ripopolazione del sud est asiatico, ed ebbe importanti ripercussioni sul Giappone, la Corea e forse anche l’India.

Ecco perché la globalizzazione è un expertise cinese e tale resterà.

Gli errori del passato

La storia della Cina è la chiave per comprendere la ratio imperialista del presente che si ripercuote inevitabilmente anche nella concezione e nello sfruttamento delle innovazioni tecnologiche, le origini di questo ardente desiderio di imporsi a livello globale.

Indubbiamente se avesse voluto utilizzare la mentalità britannica, la Cina intorno al 1400 avrebbe potuto conquistare il mondo in un soffio. Ma la storia è fatta di occasioni mancate dovute a visioni limitate del tempo.

Proprio su quelle mancanze e su quelle limitazioni la nomenklatura comunista cinese nell’era contemporanea ha inteso riparare agli errori del passato, progettando l’assalto al globo, in rigoroso silenzio e senza sparare un colpo, utilizzando il vantaggio tecnologico. E non è l’unico stato al mondo impegnato su questo fronte.

Per comprendere di cosa stiamo parlando, vale qui la pena di ricordare la storia dell’imperatore Zhu Di che aveva scelto come nome imperiale “Yongle” che significava gioia durevole e che ordinò la più grande spedizione marittima mai realizzata nel passato, che sarebbe rimasta ineguagliata anche nel futuro.

In soli tre anni riuscì a varare 1.500 giunche molte delle quali giganti di oltre 150 metri fuori tutto, al limite della possibilità cantieristica in legno.

Erano circa nove volte più lunghe delle Caravelle con le quali Colombo circa novant’anni più tardi avrebbe attraversato l’Atlantico. Gli equipaggi numeravano 27.800 uomini, si pensi che l’Armada de Molucca con cui Magellano circumnavigò per primo il globo oltre un secolo dopo (1519-1522) constava di cinque navi e 260 uomini. (ne tornarono a casa solo 18, su una sola nave, la Vittoria).

Ebbene lo scopo della missione non era la conquista militare perché i cinesi considerandosi culturalmente superiori a tutto il mondo, abitanti in un impero allora quasi vuoto nella sua vastità, non erano interessati a stabilire colonie fra i popoli arretrati. Lo scopo era esclusivamente di inaugurare relazioni commerciali e diplomatiche con i “barbari” e condurre ricerche geografico-scientifiche.

Ma i cinesi al tempo arrivarono fino al Mozambico instaurando un traffico di merci impressionante, ovunque ricorressero le condizioni per installare empori di merci cinesi, dalle porcellane alle seterie da scambiare con le spezie e le altre materie prime tropicali. Una rete commerciale che l’imperatore puntava a rendere permanente.

Tutti sappiamo che se ci fosse stato il partito comunista al posto dell’imperatore le cose sarebbero andare diversamente, lo stiamo vedendo con le diverse installazioni militari cinesi nei luoghi strategici come ad esempio è avvenuto a Gibuti piuttosto che sulle isole artificiali nelle acque contese del Mar Cinese Meridionale ed Orientale che di certo non servono per preservare le relazioni commerciali.

Per non parlare del tentativo di far introdurre nel sistema legislativo di Hong Kong una norma volta all’ottenimento da parte di Pechino dell’estradizione per i cittadini dell’Isola, troppo spesso portatori di un pensiero dissidente da quello del regime di Pechino.

Che lingua parla il 5G?

Il 5G parla una lingua comprensibile solo ai Cinesi che ne detengono i codici sorgente, i brevetti i segreti industriali e di condividerlo con il resto del mondo non ci pensano lontanamente. Infatti al di là di qualche proclamo non sono andati.

Quindi immaginate di ascoltare una persona che vi sta parlando ma non esiste a voi un modo conosciuto per tradurre le sue parole, viceversa lui è in grado di carpire ogni vostro singolo gesto.

E’ possibile sapere un cittadino all’opposto del globo se si trovi in piedi o seduto, se stia dormendo… dove si trovi, di cosa stia parlando, se parli male di Pechino ad esempio e così tutto il contenuto delle proprie conversazioni che di fatto contengono il proprio pensiero, le proprie abitudini, le proprie propensioni.

Tutti questi dati una volta contestualizzati sono in grado mediante l’utilizzo dell’Intelligenza Artificiale di elaborare modelli di analisi predittiva.

Stiamo parlando della possibilità di sapere ciò che accadrà, prima che accadrà. Ciò sarà reso possibile anche grazie agli elaboratori quantistici che molto probabilmente sono già in esercizio a Pechino.

Di fatto il 5G così come è impostato, renderà possibile – ai cinesi che ne controllano la tecnologia – di prevenire l’esito di consultazioni elettorali, l’esito delle vendite di un determinato prodotto, il colore dell’autovettura che il soggetto x oppure la massa di soggetti x di quella città andrà ad acquistare e così via.

In pratica il 5G è l’ipoteca sul futuro del mondo democratico nelle mani di una nazione che di democratico non ha praticamente nulla.

Il problema dello sbilanciamento di potere

Ci troviamo innanzi ad un classico esempio di sbilanciamento di poteri che si ripercuote a livello globale, innestando dei fenomeni di frenetica corsa per il riequilibrio che impiega qualsiasi strumento e qualsiasi arma – convenzionale e non – che le menti più raffinate, deputate a tale incombenza arrivino ad elaborare.

Il Presidente Cinese, di fatto è l’unico a possedere la chiave di accensione e spegnimento di questa tecnologia, il segreto industriale la capacità di imporre in che modo gestire l’enorme flusso dati che transiterà sull’infrastruttura tecnologia di Pechino.

Come andrà a finire la partita sul 5G?

In molti oggi hanno dato vita a strane correlazioni tra il 5G ed il Sars-Cov2.

Ovviamente la tecnologia del 5G con il virus Sars-Cov2 come causa scatenante non c’entra assolutamente niente, tuttavia possiamo però prendere in considerazione ed analizzare il fenomeno come causa-effetto.

Stiamo parlando di come i danni causati dalla pandemia andranno ad influire sulla radicalizzazione della tecnologia.

Anzitutto, bisogna porre molta attenzione sull’utilizzo del termine “complottismo” e sulla genesi di questo aggettivo.

Il termine nella sua accezione moderna venne ripreso dal brillante J. Edgar Hoover come arma potente ideologica per mettere a tacere l’opinione pubblica in quanto voci sempre più insistenti lo additavano come possibile mandante dell’assassinio di J.F. Kennedy.

Che gli americani non siano fessi lo abbiamo appurato osservando i filmati delle lunghe file per l’acquisto di armi da fuoco alla notizia che il Sars-Cov2 avrebbe di lì a poco invaso gli USA.

Al secondo emendamento la Costituzione Americana recita “essendo necessaria alla sicurezza di uno Stato libero una milizia ben organizzata, il diritto dei cittadini di detenere e portare armi non può essere infranto“. Quindi i padri costituenti hanno voluto garantire ai cittadini il diritto al possesso di armi per prevenire un Golpe.

Nessuna forza di polizia o esercito potrebbe fronteggiare 327,2 milioni di cittadini armati.

Gli stessi dubbi che hanno quindi assalito gli americani sull’arrivo del virus, devono aver assalito all’epoca i cittadini americani che si chiedevano come avrebbe mai potuto un uomo solo sebbene ex militare e con problemi psichici piantare un proiettile nel petto dell’uomo più protetto al mondo, per poi essere a sua volta ucciso sotto la custodia della stessa FBI.

In realtà il termine viene da lontano. Il primo a parlarne fù Charles Beard, i cui scritti più noti mettevano fortemente l’accento sul ruolo nefasto delle varie cospirazioni attraverso le quali l’élite ha influenzato la politica statunitense, a profitto di qualcuno e a spese dei più, con degli esempi che, partendo dalla più antica storia degli Stati Uniti giungono fino alla partecipazione alla Prima Guerrra Mondiale.

Evidentemente i ricercatori non hanno mai sostenuto che tutti i più importanti avvenimenti storici avessero delle cause nascoste, ma ammettevano che per qualcuno di essi fosse così, e cercare di indagare su questa possibilità veniva considerato un impegno accademico perfettamente onorevole.

Successivamente Karl Popper, ha presentato obiezioni ampie e molto teoriche alla stessa possibilità che cospirazioni di alto livello possano verificarsi, affermando che sarebbe difficile metterle in opera, tenuto conto della fallibilità degli agenti umani; quel che può sembrare un complotto, è in realtà da attribuirsi all’opera di attori individuali che perseguono obiettivi personali. Più importante ancora, Popper considerava le « credenze complottiste » una malattia sociale estremamente pericolosa, un fattore imprescindibile nell’affermazione del nazismo e di altre ideologie totalitarie mortali.

Strauss, uno dei fondatori del pensiero neo-conservatore moderno, era altrettanto severo nei suoi attacchi contro le analisi complottiste, ma per ragioni opposte. Nel suo modo di vedere le cose, le cospirazioni delle élite sono assolutamente necessarie e vantaggiose, una difesa sociale fondamentale contro l’anarchia o il totalitarismo, ma la loro efficacia dipende evidentemente dalla possibilità di tenerle nascoste agli occhi indiscreti delle masse ignoranti.

Il suo problema, con le « teorie del complotto », non era che fossero necessariamente false, ma piuttosto che potevano essere veritiere e, di conseguenza, la loro diffusione potenzialmente disturbava il buon funzionamento della società.

Dunque, per autodifesa, le élite hanno bisogno di sopprimere attivamente o, almeno, ostacolare le ricerche non autorizzate sulle presunte cospirazioni.

Così, grazie alla combinazione del pensiero di Popper e di Strauss, la tendenza statunitense tradizionale a considerare le cospirazioni delle élite come un fatto reale ma nefasto della nostra società è stata progressivamente stigmatizzata come paranoica o politicamente pericolosa, dando base alla sua esclusione dal discorso rispettabile.

Ora ricordiamo tutti le scene convulse di quei giorni alla fine del 2019 in cui si assiteva allo sfondamento delle porte degli appartamenti dei medici e degli arresti dei medici di Wuhan che su WeChat nell’interesse dello stesso stato cinese ed in aderenza al giuramento prestato si erano permessi di parlare di un pandemia in atto.

Li Wenliang il medico eroe venne arrestato, insieme a sette colleghi, all’inizio del contagio per aver diffuso “voci false”, quando le autorità locali sminuivano il virus. Poi riabilitato dalla Corte suprema poco prima che morisse proprio di Covid19. A Pechino è già un eroe nazionale, simbolo della lotta contro i silenzi del governo.

Teniamo bene in mente questo nome e questa figura perché passata la tempesta sarà il catalizzatore delle proteste che andranno a creare non pochi problemi al regime di Pechino. E’ stato creato un martire e tutti sappiamo quali sono le conseguenze. In Italia ne abbiamo avuti innumerevoli esempi con le vittime delle organizzazioni mafiose.

Per stemperare il clima teso che si era venuto a creare per gli arresti dei medici, i dirigenti locali del Partito Comunista – successivamente inviati in “missione” nei campi di riso dal Presidente per la gestione fallimentare del fenomeno – organizzarono le famose cene sociali di Wuhan alle quali a parteciparono migliaia di persone, circa quarantamila, così contribuendo all’esplosione dei contagi.

Questa operazione di propaganda ebbe un tale riverbero che l’iniziativa venne persino clonata negli altri Paesi del mondo dove alcuni esponenti dei partiti ideologicamente affini a Pechino hanno ben pensato di emulare le cene sociali in risposta alle proposte di bloccare in via precauzionale le vie della seta cinese.

La parabola tecnologica

Il primo attacco al 5G a dire il vero un pò fiacco venne dalle ONG ambientaliste sostenendo che fosse cancerogeno ma di fatto la mazzata finale gli sarà data dal Sars-Cov2.

Il 5G utilizza le stesse frequenze del digitale terrestre quindi la salute c’entra marginalmente tranne che per il fatto che ogni telefono diventerà un ponte radio e che il 5G sarà messo nei tombini e nei muri.

Il 5G come innovazione tecnologica e come portata per il cambiamento che comporterà negli equilibri geopolitici può essere paragonato alla scoperta della bomba atomica, dove gli italiani è bene ricordarlo giocarono un ruolo primario con i ragazzi di Via Panisperna, che proprio un virtù del bilanciamento dei poteri fecero una puntata Mosca e poi a Washington.

Come abbiamo detto sopra, il codice sorgente di questa tecnologia ad oggi è posseduto solo dai cinesi che non vogliono condividerlo con nessuno questo significa che di fatto, la “bomba atomica” del caso è nelle mani di un solo uomo che ne detta le condizioni.

Immaginate se i ragazzi di via Panisperna non avessero avuto l’accortezza di recarsi in visita preventiva a Mosca, la Russia come la conosciamo oggi probabilmente non esisterebbe. Oppure se si fossero recati prima a Tokyo: l’Enola Gay non sarebbe mai decollato, così come oggi Kim Yong Un detto “ciccio” senza possedere l’atomica probabilmente si ritroverebbe a giocare a carte in quale sotterraneo di massima sicurezza del Colorado. Gheddafi aderì al programma di denuclearizzazione e per ringraziarlo è stato fatto esplodere dai missili dei caccia francesi con tutta la tua casa e chi vi abitava.

Subito dopo il virus, l’odio verso i cinesi e le tecnologie cinesi è salito su Twitter del 900%, causandone l’isolamento dal punto di vista internazionale.

La Cina subirà delle cause penali internazionali di miliardi e miliardi di dollari per aver occultato il virus nei primi due mesi di contagi, cosa per altro vietata dal protocollo OMS che è stato sottoscritto dalla stessa Cina che addirittura fece arrestare i medici.

Tutti questi fattori combinati, formeranno una miscela corrosiva che porterà la Cina all’angolo delle trattative rendendola “ragionevole”, facendola scendere a compromessi per la condivisione della tecnologia con il resto del mondo.

Non ci sono altre possibilità. Internamente la pscicopolizia cinese sta facendo arresti a tutta forza ma ormai il risentimento verso il PCC è stato accesso e non si sa quanto tempo ci metterà a placarsi, tenuto conto che viene anche alimentato dall’esterno sul modello Hong Kong.

Lo stesso Commonwealth oggi lancia pesanti accuse dalle colonne del Guardian all’indirizzo di Pechino, e gli inglesi che di colonizzazione tecnologica se ne intendono non possono permettere che programmi costati miliardi di dollari come Echelon e la Five Eyes, diventino di colpo obsoleti.

La stessa Five Eyes non accetterà mai una colonizzazione “passiva” operata a mezzo informatico, basti pensare che il Regno Unito, capofila dei progetti per non subirla è persino uscita dalla UE.

In pratica gli scenari che si vanno delineando per Pechino sono essenzialmente i seguenti:

  • una lentissima diffusione del 5G, in attesa di una tecnologia alternativa occidentale (ostacolata anche dal fatto che molti dispositivi tipo l’iPhone 12 non la integreranno);
  • la leva ecologica ovvero il brevetto di una tecnologia alternativa meno dannosa per l’ambiente e per la salute umana
  • la condivisione del 5G con il resto del mondo entrando come player alla parti con le altre potenze occidentali.

Marco Polo Hub

È iniziata la battaglia per i virus-risarcimenti

Il Berman Law Group della Florida fa causa al governo cinese.

Uno studio legale ha intentato un’azione legale contro il regime cinese per aver causato la pandemia di COVID-19. La cronologia degli eventi di Wuhan somiglia molto a quanto accaduto in altri paesi, comprese le “cene sociali antivirus” copiate poi da altri partiti ideologicamente affini.

Il Berman Law Group, una società con sede in Florida, negli Stati Uniti, ha presentato la denuncia perché Pechino “sapeva che il coronavirus era pericoloso e in grado di provocare una pandemia”

Un noto studio legale in Florida, negli Stati Uniti, ha intentato un’azione legale contro il regime cinese guidato da Xi Jinping per averlo ritenuto responsabile della pandemia di coronavirus COVID-19 che sta causando il caos della popolazione mondiale. 

Pechino “sapeva che COVID-19 era pericoloso e in grado di provocare una pandemia, ma agiva lentamente, metteva proverbialmente la testa nella sabbia e la copriva per il proprio interesse economico”, afferma il documento presentato dallo studio legale The Berman. 

Il Berman Law Group ha annunciato di aver intentato una causa federale contro la Repubblica popolare cinese, la provincia di Hubei, la città di Wuhan e vari ministeri del governo cinese, per conto di residenti e compagnie negli Stati Uniti e nello stato della Florida”, afferma il comunicato stampa a cui Infobae ha avuto accesso. “La causa è stata intentata nel distretto meridionale della Florida e richiede miliardi di dollari di risarcimento danni per coloro che hanno subito lesioni personali, morte ingiusta, danni alla proprietà e altri danni a causa della omessa custodia da parte della Cina del virus letale.

L’avvocato dell’azienda Matthew Moore ha dichiarato: “Come abbiamo affermato nella nostra denuncia, i funzionari cinesi sapevano prima del 3 gennaio che il COVID-19 era stato trasmesso da uomo a uomo e che i pazienti avevano iniziato a morire pochi giorni dopo. Tuttavia, hanno continuato a dire alla gente di Wuhan e del mondo in generale che tutto andava bene, incluso tenere una cena pubblica a Wuhan per oltre 40.000 famiglie il 18 gennaio”.

L’epidemia era persino iniziata molto prima. A novembre, il virus stava già circolando nella popolosa città cinese senza che il regime facesse nulla per il contenimento. Al contrario, di fronte alle prime lamentele dei medici, Pechino ordinò la loro censura e degli arresti.

“era possibile contenere la diffusione del virus, tuttavia i funzionari cinesi hanno invece cercato di presentare una narrazione positiva sull’epidemia, nell’esclusivo interesse economico cinese”, ha continuato l’ex senatore dello stato della Florida Joseph Abruzzo, direttore delle relazioni governative della società. “Quando leggi l’aumento del numero di vittime e vedi l’arresto quasi completo della vita, non puoi attendere diciassette giorni critici prima di condividere la sequenza del genoma COVID-19 con altre nazioni, senza peraltro bloccare i voli internazionali e mandando a spasso il virus nel mondo”.

Da parte sua, Russell Berman, co-fondatore dell’azienda, ha affermato che la causa “è una denuncia ambiziosa contro una superpotenza mondiale. Ma, come abbiamo affermato, la Cina ha scatenato una pandemia in tutto il mondo e il danno si sta moltiplicando esponenzialmente ogni giorno qui negli Stati Uniti e in Florida. La nostra azienda non ha paura di affrontarli e ottenere la giustizia che merita. È il governo cinese che dovrebbe pagare i danni dello stimolo economico agli Stati Uniti, non il popolo americano”.

I numeri preoccupano, i nuovi casi di coronavirus negli Stati Uniti hanno superato quota 35.000 lunedì, rendendolo il terzo paese per numero di infezioni al mondo, dietro solo a Italia e Cina. Il bilancio delle vittime ha raggiunto 471, il sesto più alto al mondo. In totale, il numero di casi confermati è di 35.225, secondo il bilancio della Johns Hopkins University di lunedì. Un numero che inevitabilmente aumenterà nelle prossime ore, con l’aumentare della disponibilità di prove.

Intanto la pandemia ha già raggiunto 50 stati nell’Unione, i numeri continuano a salire e secondo le stime negli USA colpiranno circa 19 milioni di persone.

Original Post

La comprensione dell’espansionismo cinese passa per le guerre dell’oppio.

Nel 1839, l’Inghilterra entrò in guerra con la Cina perché era sconvolta dal fatto che i funzionari cinesi avessero deciso di chiudere le rotte per il traffico dell’oppio ed aver confiscato tutta la droga rimasta in circolazione, dopo essersi resi conto della grave emergenza umanitaria che stava colpendo il paese, atteso l’altissimo numero di tossicodipendente tra la popolazione.

L’effetto di questa decisione è percepibile ancora oggi sul piano geopolitico.

La dinastia Qing, fondata dai clan della Manciuria nel 1644, allargò i confini della Cina alla loro massima estensione, conquistando il Tibet, Taiwan e l’Impero Uighur. Tuttavia, i Qing si rivolsero poi verso l’interno utilizzando un approcccio marcatamente isolazionista, rifiutando di accettare gli ambasciatori occidentali perché si rifiutavano di accettare la dinastia Qing come suprema, al di sopra dei loro capi di stato.

Agli stranieri – anche su navi mercantili – era vietato l’ingresso nel territorio cinese.

L’eccezione alla regola era applicata alla città di Canton, ubicata presso la regione sud-orientale ed incentrata sulla moderna provincia del Guangdong, che confina con Hong Kong e Macao. Agli stranieri fu permesso di commerciare nel distretto delle Tredici Fabbriche nella città di Guangzhou, con pagamenti effettuati esclusivamente in argento.

Gli inglesi conferirono incarico alla Compagnia delle Indie Orientali il monopolio del commercio con la Cina, e presto le navi con sede nell’India coloniale si scambiarono vigorosamente argento con tè e porcellana. Ma gli inglesi avevano una scorta limitata di argento.

LA GUERRA DELL’OPPIO

A partire dalla metà del 1700, gli inglesi iniziarono a commerciare oppio coltivato in India in cambio di argento da commercianti cinesi. L’oppio – una droga che oggi si trasforma in eroina – era illegale in Inghilterra, ma veniva usato nella medicina tradizionale cinese.

Tuttavia, l’uso ricreativo era illegale e non diffuso. Ciò cambiò quando gli inglesi iniziarono a spedire in tonnellate di droga usando una combinazione di scappatoie commerciali e un vero e proprio contrabbando per aggirare il divieto.

I funzionari cinesi che guadagnavano dal traffico dello stupefacente hanno favorito la pratica. Le navi americane che trasportavano oppio di origine turca si unirono alla bonanza dei narcotici all’inizio del 1800, così il consumo di oppio in Cina salì alle stelle, così come i profitti.

L’imperatore Daoguang fu allarmato da milioni di tossicodipendenti e dal flusso d’argento che lasciava la Cina, così nel 1839 il neo nominato commissario imperiale Lin Zexu istituì delle leggi che vietavano l’oppio in tutta la Cina.

Furono arrestati circa 1.700 commercianti e sequestrate tutte le partite di stupefacente in giacenza nei porti cinesi e persino sulle navi in ​​mare. Li fece quindi distruggere tutti. Il quantitativo di stupefacente distrutto ammontava a circa 2,6 milioni di libbre di oppio gettato nell’oceano. Lin scrisse persino una poesia per scusarsi con gli dei del mare per l’inquinamento.

La guerra dell’oppio: droghe, sogni e strategia della Cina moderna

I commercianti britannici infuriati, costrinsero il governo britannico a promettere un risarcimento per le droghe perse, ma il tesoro non poteva permetterselo, data la dimensione del danno. Dunque come quasi sempre avviene in questi casi, il pensiero filosofico britannico determinò che nulla poteva essere più efficace per la risoluzione del problema che un bel conflitto armato.

In realtà i primi colpi furono sparati in precedenza, ovvero quando i cinesi opponendosi al commercio di oppio in applicazione delle nuove leggi vigenti attaccarono un mercantile inglese.

Le autorità cinesi avevano indicato agli inglesi che avrebbero consentito il ripristino degli scambi di merci, eccezion fatta per l’oppio. Lin Zexu ha persino inviato una lettera alla regina Vittoria sottolineando che, poiché l’Inghilterra aveva vietato il commercio di oppio, era più che giustificato per il governo cinese adeguarsi e di riflesso vietare tale pratica anche nel loro Paese.

Tuttavia la risposta a tale missiva non è mai stata ricevuta.

Per tutta risposta, la Royal Navy ha istituitì un blocco intorno a Pearl Bay per protestare contro le restrizioni al libero commercio delle droghe. Due navi britanniche che trasportavano cotone cercarono di eseguire il blocco nel novembre 1839. Quando la Royal Navy sparò un secondo colpo dal Royal Saxon, i cinesi mandarono uno squadrone di giunche da guerra e zattere di fuoco per scortare le proprie imbarcazioni.

Il Capitano di HMS Volage, riluttante a tollerare l ‘”intimidazione” cinese, non indugiò a sparare contro le navi cinesi. Quattro imbarcazioni cinesi furono affondate, riuscendo a ferire solo un soldato britannico.

Sette mesi dopo, una forza di spedizione su larga scala di 44 navi britanniche lanciò un’invasione di Canton. Gli inglesi avevano navi a vapore, cannoni pesanti, razzi Congreve e fanteria equipaggiati con fucili in grado di sparare a lungo raggio con precisione. Le truppe statali cinesi – “bannermen” – erano ancora equipaggiate con fucili accurati solo fino a 50 yarde e una velocità di fuoco molto limitata.

Le navi da guerra cinesi antiquate furono rapidamente distrutte dalla moderna Royal Navy. Le navi britanniche salparono sui fiumi Zhujiang e Yangtze, occupando Shanghai lungo la strada e sequestrando chiatte di riscossione delle tasse, soffocando le finanze del governo Qing. Le truppe cinesi subirono unca sconfitto dopo l’altra.

Quando i Qing parteciparono alla conferenza di pace nel 1842, gli inglesi poterono stabilire le proprie condizioni. Il trattato di Nanchino prevedeva che Hong Kong sarebbe diventata un territorio britannico e che la Cina sarebbe stata costretta a stabilire cinque porti di trattato in cui i commercianti britannici potevano scambiare tutto ciò che volevano con chiunque volessero.

Un trattato successivo costrinse i cinesi a formalmente riconoscere gli inglesi alla pari e garantisce ai loro commercianti lo status privilegiato.

PIU’ GUERRA, PIU’ OPPIO

L’imperialismo stava crescendo verso la metà del 1800. Nel 1843 anche la Francia si lanciò nel settore portuale del trattato. Gli inglesi presto vollero ancora più concessioni dalla Cina – commercio senza restrizioni in qualsiasi porto, ambasciate a Pechino e la cancellazione dei divieti di vendita di oppio nella terraferma cinese.

Una tattica che gli inglesi usarono per promuovere la loro influenza fu quella di registrare le navi dei commercianti cinesi che trattavano come navi britanniche.

Il pretesto per la seconda guerra dell’oppio è comico nella sua assurdità. Nell’ottobre 1856, le autorità cinesi sequestrarono un’ex nave pirata, la Arrow, con un equipaggio cinese e con una registrazione britannica scaduta. Il capitano riferì alle autorità britanniche che la polizia cinese aveva sequestrato un mercanitle britannico.

Gli inglesi chiesero al governatore cinese di liberare l’equipaggio. Quando solo nove dei 14 tornarono, gli inglesi iniziarono un bombardamento dei forti cinesi intorno a Canton e alla fine aprirono le mura della città.

I liberali britannici, sotto William Gladstone, erano sconvolti dalla rapida escalation e protestarono per le politiche adottate nei confronti della Cina. Tuttavia, i Tories sotto Lord Palmerston, ottennero il sostegno necessario per perseguire la guerra.

La Cina non era in grado di reagire, poiché era stata coinvolta nella devastante ribellione di Taiping, una rivolta contadina guidata da un capo rivoluzionario civile che affermava di essere il fratello di Gesù Cristo. I ribelli avevano quasi conquistato Pechino e controllavano ancora gran parte del paese.

Nel frattempo la Royal Navy continuò ad attaccare i cinesi, affondando 23 giunche vicino a Hong Kong e conquistando Guangzhou. Nel corso dei tre anni successivi, le navi britanniche si diressero verso il fiume, catturando diversi forti cinesi attraverso bombardamenti navali e assalti anfibi.

La Francia si unì alla guerra – la sua scusa era l’esecuzione di un missionario francese che aveva sfidato il divieto di accesso agli stranieri nella provincia del Guangxi. Persino gli Stati Uniti furono coinvolti brevemente dopo che un forte cinese aveva sparato a distanza su una nave americana.

Nella Battaglia dei Pearl River Forts, la Marina degli Stati Uniti con una forza di tre navi e 287 marinai, prese d’assalto quattro forti, neutralizzando 176 cannoni e 3000 fanti cinesi. Ufficialmente all’interno del conflitto Gli Stati Uniti sono rimasti neutrali.

La Russia non si unì ai combattimenti, ma usò la guerra per spingere la Cina a cedere un grosso pezzo del suo territorio nord-orientale, tra cui l’attuale città di Vladivostok.

Nel 1858 gli inviati stranieri redassero il successivo trattato adottando termini ancora più schiaccianti per l’autorità della dinastia Qing. Altre dieci città furono designate come porti del trattato, gli stranieri avrebbero avuto il libero accesso al fiume Yangtze ed alla terraferma cinese, Pechino di contro avrebbe potuto aprire ambasciate in Inghilterra, Francia e Russia.

All’inizio l’imperatore Xianfeng accettò il trattato, ma poi cambiò idea, inviando il generale mongolo Sengge Rinchen a condurre i forti Taku sulla via navigabile che portava a Pechino. I cinesi respinsero un tentativo britannico di prendere le fortezze via mare nel giugno 1859, affondando quattro navi britanniche. Un anno dopo, un assalto terrestre da parte di 11.000 soldati britannici e 6.700 francesi riuscirono nell’intento.

Una missione diplomatica britannica fece fortissime pressioni per l’adesione al trattato, portando i cinesi a rispondere prendendo in ostaggio l’inviato e torturando a morte molti membri della delegazione. L’alto commissario britannico per gli affari cinesi, Lord Elgar, decise di affermare comunque il dominio e mandò l’esercito a Pechino.

Fucili britannici e francesi hanno sparato contro 10.000 uomini di cavalleria mongoli nella battaglia del ponte di otto miglia, lasciando Pechino indifesa. L’imperatore Xianfeng fuggì. Per ferire l ‘”orgoglio e il suo sentimento” dell’imperatore nelle parole di Lord Elgar, le truppe britanniche e francesi saccheggiarono e distrussero lo storico Palazzo d’Estate.

Il nuovo trattato rivisto ed imposto alla Cina legalizzò sia il cristianesimo che l’oppio e aggiunse Tianjin – la grande città vicino a Pechino – all’elenco dei porti del trattato, autorizzando le navi britanniche al trasposto di lavoratori cinesi negli Stati Uniti e costringendo il governo di Pechino a versare otto milioni di dollari d’argento in indennità.

La presenza occidentale in Cina divenne così onnipresente e così ampiamente detestata, che sollecitò una rivolta popolare anti-occidentale conosciuta come rivolta dei boxer che scoppiò nel 1899. La sfortunata dinastia Qing, sotto la guida dell’imperatrice imperatrice Cixi, tentò per la prima volta di reprimere la violenza prima di appoggiarne il sostegno – giusto in tempo per l’arrivo di una forza militare multinazionale di truppe statunitensi, russe, tedesche, austriache, italiane, francesi, giapponesi e britanniche per reprimere la ribellione.

Trascorse quindi un intero anno di saccheggi di Pechino, Tianjin ed i territori circostani in rappresaglia.

IL CENTENARIO DELL’UMILIAZIONE

La guerra dell’oppio dunque, come abbiamo visto ha influito profondamente sulla formazione dell’ideologia sociologica cinese riportata anche nei rapporti con l’occidente, sconfitte molto pesanti che ideologicamente nella popolazione a livello storico sono collegate al crollo della secolare dinastia Qing e con essa due millenni di dominio dinastico.

Questa pesante interferenza nel mondo cinese ha sicuramente contribuito nella formazione di una ideologia cinese volta alla persecuzione maniacale per l’ammodernamento e l’industrializzazione, in assenza dei quali la nazione si trova in svantaggio strategico e rischia nuovamente di essere messa sotto scacco di potenze occidentali.

Oggi, la prima guerra dell’oppio viene insegnata nelle scuole cinesi come l’inizio del “Secolo dell’umiliazione” – la fine di quel “secolo” che risale al 1949 con la riunificazione della Cina sotto Mao.

Mentre agli studenti americani viene regolarmente assicurato di essere il più grande paese sulla Terra dai loro politici, le scuole cinesi insegnano agli studenti che il loro paese è stato umiliato da avidi e tecnologicamente superiori imperialisti occidentali, creando una spinta motivazionale non indifferente.

Le Opium Wars hanno chiarito che la Cina era gravemente caduta dietro l’Occidente, non solo militarmente, ma economicamente e politicamente. Da allora ogni governo cinese – persino la sfortunata dinastia Qing, che ha iniziato il “Movimento di auto-rafforzamento” dopo la seconda guerra dell’oppio – ha fatto della modernizzazione un obiettivo esplicito, citando la necessità di mettersi al passo con l’Occidente.

I giapponesi, osservando eventi in Cina, istituirono lo stesso discorso e si modernizzarono più rapidamente di quanto la Cina fece durante la Restaurazione Meiji.

I cittadini della Cina continentale misurano ancora frequentemente la Cina rispetto ai paesi occidentali. I problemi economici e di qualità della vita sono di gran lunga la loro principale preoccupazione. Ma i media statali hanno anche l’obiettivo della parità militare.

Durante la maggior parte della storia cinese, la principale minaccia della Cina proveniva dalle tribù nomadi di equitazione lungo il suo lungo confine settentrionale. Anche durante la guerra fredda, l’ostilità con l’Unione Sovietica ha reso il suo confine mongolo un punto caldo di sicurezza. Ma le guerre dell’oppio – e ancora peggio, l’invasione giapponese nel 1937 – dimostrarono come la Cina fosse vulnerabile al potere navale lungo la costa del Pacifico.

L’aggressiva espansione navale della Cina nel Mar Cinese Meridionale può essere vista come gli atti di una nazione che ha ceduto ripetutamente alle invasioni navali – e desidera rivendicare il dominio della sua sponda del Pacifico nel 21 ° secolo.

La storia con l’oppio ha anche portato la Cina ad adottare una politica antidroga particolarmente dura con la pena di morte applicabile anche ai trafficanti di medio livello. Il traffico di stupefacenti e la criminalità organizzata rimangono tuttavia un problema. L’esplosione della cultura delle celebrità in Cina ha anche portato a repressioni punitive su coloro che erano coinvolti in “stili di vita decadenti”, portando a importanti campagne di vergogna pubblica.

Ad esempio, nel 2014 la polizia ha arrestato Jaycee Chan, figlio di Jackie Chan, per possesso di 100 grammi di marijuana. Suo padre ha dichiarato che non avrebbe chiesto a suo figlio di evitare la prigione.

La storia passata non determina sempre azioni future. I sentimenti cinesi verso il Regno Unito oggi sono generalmente positivi nonostante le guerre dell’oppio. Il crescente confronto militare sul Mar Cinese Meridionale è una realtà dei nostri tempi, ma ciò non significa che i leader cinesi saranno sempre impegnati in una strategia di espansione e confronto.

Tuttavia, promuovere relazioni migliori richiede di comprendere come l’attuale politica estera cinese abbia le sue radici negli incontri passati con l’Occidente.

Il canale di Kra e le ambizioni espansionistiche cinesi

La cina vuole costruire un canale in Thailandia, attraverso l’Istmo di Kra, che collega il pacifico all’oceano indiano, in modo da aggirare lo stretto di Melacca; arteria giugulare degli approvvigionamenti energetici e del commercio cinese. Un progetto dalle implicazioni geopolitiche ed economiche enormi per tutti i Paesi della regione

Sin dal diciottesimo secolo il progetto per la costruzione di un canale che collegasse il Golfo del Siam ed il Mare delle Andamane è stato più volte evocato, ricorda un diplomatico occidentale che ha trascorso buona parte della sua carriera nel Sudest asiatico. Tuttavia tale progetto è stato rimandato innumerevoli volte dai governi thailandesi per mancanza di fondi. Anche se per molti esperti la sua fattibilità economica rimane discutibile, il progetto ha alla fine trovato un deciso sostenitore con l’entrata in scena della Cina, che si propone d’integrare il Canale di Kra alla Nuova Via della Seta.

Il sempre più importante traffico marittimo cinese metterebbe così da parte lo Stretto di Malacca, un imbuto che si stringe fino ad una sessantina di chilometri vicino a Singapore e che ha solo pochi chilometri utilizzabili dalle grandi petroliere per via della scarsa profondità dei fondali. Tanto più che quello stretto raggiungerà la saturazione, secondo le stime, nel 2024 quando oltre 140.000 navi cercheranno di passare attraverso questa via di mare, oppure dovranno optare per vie alternative più lunghe, che passano attraverso gli Stretti di Sunda e Lombok, molto più a sud, tra le isole dell’Indonesia, allungando da 4 a 7 giorni i tempi di navigazione.

Come tutti sanno la Nuova Via della Seta /BRI mira a collegare più facilmente la Cina all’Europa mediante la costruzione di una rete di infrastrutture per il trasporto finanziata da Pechino. La cosiddetta BRI ha un aspetto terrestre, la SIlk Road Economic Belt, ed uno marittimo, la 21st Century Marittime Silk Road. Questa iniziativa rientra nella strategia a termine ideata dalla Cina non solo per potenziare la propria influenza e capacità di penetrazione commerciale nei Paesi attraversati dalla BRI, ma anche per garantirsi una sicurezza energetica, quindi economica e strategica mediante l’apertura di nuove rotte di transito, controllate da Pechino, per le sue importazioni di idrocarburi.

Una questione strategica di enorme rilevanza considerato che la maggior parte del traffico marittimo da e verso i porti cinesi transita oggi da Stretti controllati dalla US Navy. L’apertura di nuove rotte deve quindi permettere alla Cina di ridurre sensibilmente le minacce alla propria economia in caso di blocco o chiusure degli stretti, e in primis quello di Malacca.

Oggi oltre i 3/4 degli approvvigionamenti cinesi di idrocarburi provenienti dal Medio Oriente e dall’Africa transitano infatti dallo Stretto di Malacca, considerato come la “life line” marittima della Cina in quanto rappresenta la via d’accesso più breve per i propri porti. Il maggior timore dei dirigenti cinesi è che, in caso di crisi, lo Stretto venga bloccato da Paesi ostili. Malacca costituisce il punto più vulnerabile ed il maggior fattore di criticità della Strategia di Pechino. Una vulnerabilità che già a suo tempo l’ex presidente Hu Jintao aveva definito come il dilemma di Malacca. Due soluzioni, non incompatibili o addirittura complementari sono state prese in considerazione dai dirigenti cinesi per risolvere il problema: incrementare la potenza e le capacitò della Marina per proteggere le rotte marittime; rendere più sicura quella verso l’Oceano Indiano in modo da ridurre la dipendenza nei confronti del collo di bottiglia, o strozzatura rappresentato dallo Stretto di Malacca. E’ in quest’ottica che Pechino ha proposto a Bangkok di finanziare e fornire mano d’opera per costruire un canale con il quale “tagliare” l’istmo di Kra.

Un progetto dal costo di 28 miliardi di dollari in 10 anni per un canale largo 400 metri e profondo 25.

Comunque sia, il progetto del canale di Kra, in linea con la ben nota strategia della “collana o filo di perle” e quella dei 2 oceani descritta dai teorici di Pechino, costituirebbe un cardine della nuova Via della Seta marittima per una Cina ansiosa di consolidare la sua ritrovata centralità geopolitica, portando un grande sviluppo economico nell’area, ma allo stesso tempo emarginando pure alcuni porti della penisola malese come come Port Klang e, soprattutto, Singapore. La Città-Stato potrebbe perdere infatti fino al 50% dell’attuale traffico marittimo se il progetto dovesse essere realizzato. Per Bangkok invece il canale sarebbe fondamentale per dare stimolo economico alla crescita del Paese. Anche lo Sri Lanka vede di buon occhio il progetto che permetterebbe all’isola situata a prossimità delle rotte tra Asia ed Europa di far valere la propria posizione geostrategica.

Se il progetto del canale di Kra si dovesse concretizzare, lo Sri Lanka potrebbe diventare una seconda Singapore, mentre la Thailandia il nuovo punto di gravità geostrategico dell’Asia sudorientale. Tutto sempre sotto il controllo del grande fratello di Pechino.