Il virus ha cambiato per sempre il destino dei Paesi dell’Euro-Mediterraneo.

Brutte notizie.

Per i Paesi del Sud Europa il coronavirus accentuerà ulteriormente le disparità economico-sociali tra il nord ed il sud dell’UE.

Secondo le stime della Commissione europea, le economie di Italia, Spagna e Grecia si ridurranno del 9%. In confronto, la media dell’UE è del 7,4%. La Francia si ridurrà dell’8,2%, mentre la maggior parte dei paesi nordici/tedeschi si ridurrà meno del 6,5% (cioè Germania, Svezia, Danimarca, Austria, Finlandia).

La disoccupazione dell’UE dovrebbe salire dal 6,7% al 9% quest’anno. La disoccupazione salirà al 9,7% in Portogallo, al 10,1% in Francia, all’11,8% in Italia, al 18,9% in Spagna e al 19,9% in Grecia. La Germania avrà il 4%.

I deficit passano attraverso il tetto, dallo 0,6% del PIL nel 2019 all’8,3% di quest’anno. Il debito salirà a oltre il 102% del PIL, con enormi disparità: oltre il 115% per la Spagna e la Francia, e quasi il 160% per l’Italia e il 200% per la Grecia. Per contro, il debito tedesco salirà al 75% del PIL e alla Gran Bretagna al 102%.

In termini di posti di lavoro e riduzione del debito, tutti i guadagni duramente risparmiati negli ultimi cinque anni andranno in fumo.

PIL nominale pro capite (in euro) in alcuni paesi europei (fonte: Eurostat). L’Italia e la Grecia non hanno mai recuperato il tenore di vita dei primi anni 2000. Nota Francia e Germania sono disallineati dal 2010.

Disoccupazione (%) in alcuni paesi europei (fonte: Eurostat). I paesi dell’Europa meridionale non si sono mai ripresi dalla crisi dell’eurozona del 2010. Si noti che la performance della Francia è stata notevolmente peggiore di quella della Germania e della Gran Bretagna da allora.

Macroeconomico, la Francia è ora effettivamente parte dell’Europa meridionale.

Dal 1965 al 2000, la Francia è stata, insolitamente, significativamente più ricca della Gran Bretagna. Negli anni ’90, la Francia era ricca quasi quanto la Germania, la cui economia zoppicava a causa dall’annessione dell’ex Germania orientale comunista. Oggi, non avendo una propria moneta (a differenza della Gran Bretagna) e avendo un enorme mercato del lavoro sociale e sovraregolamentato (rispetto alla Germania), è evidente, secondo i dati, che la Francia sia in ritardo.

Prima della recessione causata dal COVID, l’Europa meridionale era già sulla strada dell’aumento del debito. Ora le speranze di ripresa, sono completamente infrante.

Le disparità economiche tra l’Europa settentrionale e meridionale – che si manifestano almeno dalla fine del XIX secolo e in particolare dalla seconda guerra mondiale, si accentueranno profondamente.

Questo è parte del motivo per cui c’è da essere scettici su scenari di guerra razziale a breve o anche medio termine nell’Europa occidentale. Il fatto è che le parti più diverse e, più spesso, zelantemente diversificate del mondo occidentale – Germania, Paesi Bassi, paesi nordici, Gran Bretagna, Stati Uniti, e gli ex Domini bianchi, per lo più di origine nord-occidentale europea e germanica – continuano ad essere più dinamici dal punto di vista economico.

L’Europa settentrionale e le sue propaggini coloniali continuano ad essere più bravi a creare ricchezza economica.

Negli anni ’90 e nei primi anni 2000, l’Unione europea poteva ancora sperare fiduciosamente che, nonostante le notevoli disuguaglianze, le sue nazioni sarebbero potute convergere gradualmente verso lo stesso tenore di vita e lo stesso livello di sviluppo.

Queste speranze sono state incoraggiate da ipotesi particolarmente incoraggianti come se la ricchezza crescesse sugli alberi e tutti sono uguali. Quando la moneta comune dell’euro è stata creata nel 1999-2002, la Banca centrale europea ha dichiarato che il debito pubblico dei paesi dell’Europa meridionale era altrettanto meritevole di credito quanto quello della Germania e che gli investimenti in tali paesi sono stati effettivamente sovvenzionati.

Le banche tedesche e, soprattutto, francesi hanno colto l’occasione per fare massicce acquisizioni nell’Europa meridionale, causando una paralisi del settore pubblico in Grecia, ed un’enorme bolla immobiliare in Spagna. La bolla è scoppiata intorno al 2010, come possiamo ben ricordare.

Tutto ciò ha grandi ramificazioni politiche. L’entità del disastro economico nell’Europa meridionale è presumibilmente il motivo per cui la cancelliera tedesca Angela Merkel ha accettato un notevole raddoppio del bilancio dell’UE di 500 miliardi di euro nei prossimi tre anni, raccogliendo prestiti dell’UE per finanziare i trasferimenti ai Paesi colpiti dal coronavirus, in particolare nell’Europa meridionale.

Questo programma quasi federale improvvisato è senza precedenti, in termini di velocità e scala, nella storia dell’UE. Come osserva Jean Quatremer, dato che il nuovo bilancio sarebbe finanziato con prestiti relativamente “indolori”, i leader europei potrebbero avere forti incentivi a ricorrere nuovamente a tali piani al fine di trovare una via di fuga durante i negoziati interminabili del Vertice.

Significativamente, sembra che l’establishment tedesco – senza contare la Corte costituzionale tedesca – abbia sostanzialmente accettato l’adozione da parte della BCE di prestiti di massa in stile anglosasso per sostenere l’economia. Se continua a tempo indeterminato, ciò impedirà presumibilmente un panico finanziario in stile 2010-11 nell’Europa meridionale, ma ciò ha implicazioni redistributive ed inflazionistiche controverse nel medio termine.

Oggi, la fertilità dell’Europa settentrionale sembra essere un po’ più alta di quella dell’Europa meridionale e orientale, indice che i genitori godano di servizi di assistenza all’infanzia/benessere superiori e di redditi più sicuri nell’Europa settentrionale.

Se l’Europa meridionale non si riprende economicamente, possiamo aspettarci un continuo spopolamento, poiché i loro tassi di fertilità rimangono depressi e i loro giovani più intraprendenti, in particolare gli istruiti, si dirigono verso nord.

La dipendenza finanziaria e politica di queste nazioni dal nord crescerà. Le economie nordeuropee beneficeranno naturalmente dell’afflusso di immigrati dell’Europa meridionale, contrastando in parte gli effetti dell’immigrazione afro-islamica, contrariamente a quanti accadrà all’Italia ed alla Spagna dove l’immigrazione afro-islamica diventerà endemica.

Politicamente, si profila sua dal punto di vista sociale che economico, un terreno fertile per l’instabilità.

Il regime di Macron è già a malapena in grado di tenere a bada gli elementi più attivi della popolazione (neo-)francese – sia gilets-jaunes bianchi che manifestanti afro-islamici BLM.

L’Italia sembra sull’orlo dell’esplosione. Sia l’establishment politico che i cittadini in generale stanno diventando anti-UE. L’establishment populista di estrema sinistra “movimento cinque stelle” è crollato. I sovranisti lentamente guadagnano consensi.

Immaginate che l’establishment euroglobalista in questi paesi dovrà ora gestire queste pressioni con ulteriori anni di disoccupazione di massa e di serraggio. L’Italia ha forti prospettive di passare decisamente a un regime nazional-populista nei prossimi anni e di entrare a far parte delle file di Visegrad. (C’è da essere meno ottimisti per la Francia.)

A lungo termine, parlo di 30-40 anni, possiamo aspettarci che l’Europa settentrionale diventi così disfunzionale che le persone preferiscono vivere nell’Europa meridionale o orientale. Attualmente i non bianchi costituiscono circa il 20% della popolazione nord-occidentale dell’Europa. Quando questo sale al 40 o 50%, possiamo aspettarci che la situazione diventi instabile.

Si spera che, a quel punto, gli europei del sud e dell’est abbiano preso atto degli errori dei loro fratelli e inizino ad adottare le misure necessarie.

Si intende l’adozione di una politica migratoria sostenibile ed in base alle reali esigenze occupazionali del Paese.

Dunque quando arriveremo a questo punto, le nazioni europee saranno così emarginate rispetto ai Paesi più avanzati che finiranno per causa di forza maggiore i tempi delle prediche che non considerano il danno economico ed il rischi sociale, e la fine della politica delle “mezze misure” e del pressappochismo che contraddistinguono l’operato dei Paesi del Mediterraneo Europeo.

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Marco Polo Hub

Gli ingannevoli progressi globali

Anno bisesto, anno funesto…

… e triste quello che gli viene appresso

Se l’anno è bisestile, riempi il sacco al barile

Anno bisesto tutte le donne senza sesto

Anno che bisesta non si sposa e non s’innesta

Il 29 febbraio rimette le lancette al loro posto

Anno bisesto tutte le cose van di traverso

Anno bisestile, chi piange e chi stride

Anno biesto che passi presto

In realtà non c’è alcuna spiegazione scientifica che avvalori queste credenze, ma il semplice fatto che durante alcuni anni bisestili si siano verificate alcune catastrofi ed epidemie.

Andando indietro nel tempo si scopre che: in un anno bisestile, il 1908, il terremoto distrusse Messina; nel 1968 la terra tremò nel Belice; nel 1976 in Friuli e nel 1980 in Irpinia; nel 2004 lo tsunami devastò il sud-est asiatico. Per il 2012 i Maya avevano previsto addirittura la fine del mondo, evidentemente ci è andata bene. Tuttavia corre l’obbligo di segnalare che tantissime altre sciagure si sono verificate in anni che non erano invece bisestili, anche perchè secondo la cultura anglosassone l’anno bisestile porta invece bene.

Le ragioni di tale detto sono da ricercarsi in tempi molto remoti. I primi a pensare che l’anno bisestile fosse un anno funesto, furono gli antichi romani che diffusero questa credenza in tutte le zone dell’Impero.

Fu voluto da Giulio Cesare che chiese, su consiglio di Cleopatra, una consulenza all’ astronomo Sosigene di Alessandria. Questi invitò l’ imperatore ad inserire nel suo calendario un dì in più ogni quattro anni subito dopo il 24 febbraio che era il sexto die ante Calendas Martias, il sesto giorno prima delle calendi di marzo. Quel giorno diventò il bis sexto die (da qui il termine bisestile). Per gli antichi Romani febbraio era il mese dei riti dedicati ai defunti, quello in cui si svolgevano le Terminalia dedicate a Termine, dio dei Confini, e le Equirie, gare che celebravano la conclusione di un ciclo cosmico.

La contemporaneità bisestile del 2020, ci consegna un mondo molto popolato, intenso, veloce, e contrariamente a quanto accadeva in passato, molto più dominato dagli esseri umani.

La modernità di per sé, come l’etimologia della parola insegna, include un cambiamento e sin’ora  è stato sinonimo di progresso anche se paradossalmente nel mondo riscontriamo che le disuguaglianze e le povertà non sono sparite affatto, facendo emergere il conflitto della vita vissuta in piccola scala con decisioni di ampia scala, chiamate appunto “globali”.

Tuttavia le scelte operati all’ombra dell’insegna globale hanno ingannevolmente rappresentato un progresso per gli agglomerati urbani ed i macro territori ma al contempo aumentando il divario tra centro e periferie del mondo, sia nel senso “micro” che “macro”. Testimoni di un apparente progresso molto discutibile sotto il profilo della sostenibilità ambientale sono ad esempio i settori dell’energia, mobilità, rifiuti, circolarità delle informazioni che hanno intrapreso direzioni inattese e molto “poco controllabili”.

Non sempre però le invenzioni spacciate per “progresso” producono effetti concreti in tale direzione, anzi, in certi casi possono addirittura portare ad un vero e proprio “regresso” ovvero un danno non sempre riparabile.

Per ricorrere ad un aneddoto storico, il famoso spray insetticida DDT, santificato nel mondo per aver contribuito a debellare la malaria uccidendo gli insetti ebbe due effetti inaspettati ed incontrollabili: il primo, la nascita del primo movimento ambientalista nel 1962, a seguito della pubblicazione del libro Primavera silenziosa, che denunciava proprio il DDT come causa ostativa alla riproduzione degli uccelli ed il secondo, lo sviluppo del cancro sul corpo umano a seguito del contatto con lo Spray.

Quindi ciò che veniva inzialmente venduto come l’invenzione che doveva proteggere le persone dalla malaria, proteggere le coltivazioni e migliorare la resa agricola, in realtà uccise gli insetti, affamò gli uccelli e gli altri esseri animali della stessa catena alimentare mostrandosi letale anche per la salute degli esseri umani tanto da costringere le autorità internazionali a sancirne il bando dai mercati.

Ancora oggi nei paesi dell’Africa affetti dalla malaria il dibattito è acceso: morire di malaria oppure di cancro? Dove la malaria è endemica, il rischio di tumore dovuto al DDT può passare in secondo piano a fronte della riduzione dell’elevato tasso di mortalità dovuto alla malaria tanto che nel 2006, l’OMS si è spinta a dichiarare che se usato correttamente, non comporterebbe rischi per la salute umana e che l’insetticida dovrebbe essere combinato alle zanzariere e ai medicinali come strumento di lotta alla malaria, trascurando del tutto il fatto della prossimità degli insetti con gli esseri umani, dettagli.

Una modella pubblicizza la sicurezza del DDT, 1948.

L’esempio del DDT ci mostra che pur nelle contraddizzioni di fondo di una realtà globale, oggi le persone costruiscono, innovano ed imbastiscono relazioni in modo da diventare tutti elementi di una catena globale, fino a ieri felicemente connessi tramite un’economia sempre più integrata.

Il termine “globale” acquisisce popolarità con la caduta del muro di Berlino e l’avvento dei primi telefoni cellulari e poi della rete internet.

Il mondo che sino ad allora veniva influenzato da persone e popolazioni, cominciò a creare una sorta di comunità globale che non si era mai registrata prima nella storia dell’umanità. L’ironia della sorte vuole che il risultato di tale processo, oggi, veda i personaggi e le cariche che dovrebbero scrivere la storia, rincorrere la popolarità proprio su quella rete social virtuale, trasformandosi così da timone di una società ad una mero inseguitore di principi espressi da agglomerati sociali virtuali, addestrati volutamente dal sistema scolastico in modo da non essere in grado di distinguere concretamente il concetto di interesse personale da quello di interesse nazionale.

La globalizzazione ha consentito la trasformazione del capitalismo in egemone facendo sì che nessun gruppo umano oggi possa vivere in modo indipendente dall’economia monetizzata modificando così le modalità ed i termini delle relazioni stesse.

I regimi di possesso o conduzione dei terreni agricoli sono stati sostituiti dalla proprietà privata e l’agricoltura di sussitenza che sosteneva numerosi ceti sociali sono stati soppiantati dal lavoro salariato, così come la televisione ha soppiantato le relazioni umane costituite un tempo dalla narrativa orale. La conseguenza delle politiche adottate dagli stati nazionali è stata proprio la fuga di quei ceti sono stati costretti a migrare nelle aree urbane alla ricerca di un impiego.

Siamo così giunti ad un regime ideologico attualmente egemone che incoraggia la mercificazione e la deregolarizzazione dei mercati che si muove sempre sotto la spinta del profitto ovviamente di gruppi che hanno assunto le caratteristiche di potenti organizzazioni parallelle di dimensioni pari a quelle degli stessi stati nazione.

Le questioni politiche inseguono le questioni economiche guardandosi bene dall’includere valori fondamentali come la giustizia sociale oppure il benessere duraturo dell’umanità.

Tale trasformazione ha comportato l’aumento dei consumi di energia, l’espansione urbana ed un’enorme crescita demografica causa primaria delle ondate migratorie, dell’incremento abnorme di produzione di rifiuti con ripercussioni dirette sull’ambiente. Tali esempi sono solo alcuni dei numerosi processi fuori controllo.

Queste contraddizioni invisibili agli occhi in un sistema che si regge in un sensibile equilibrio artificiale sono emerse ed esplose per la prima volta nella storia dell’umanità con l’avvento della pandemia. Abbiamo infatti assistito al blocco dei milioni di transiti giornalieri, aerei e terrestri, il blocco dei consumi e del consumismo trascinato dalla corda della paura alimentata dal virus, agli acquisti ritenuti essenziali, e così via… verso il blocco delle consuetudini globaliste stratificatesi negli anni a partire dalla caduta del muro di Berlino.

Ma non stupiamoci, non è la prima volta che questo accade.

Nella storia del genere umano le malattie infettive che talvolta si sono mostrate sotto forma di pandemia hanno avuto delle caratteristiche comuni, come la velocità di trasmissione e l’immunizzazione goduta da chi già era stato infettato dal virus. Nel caso del Covid19 così però non sembra essere.

Nel nostro percorso di storia abbiamo già vissuto pandemie epocali:

Febbre tifoide durante la guerra del Peloponneso, 430 a.C. La febbre tifoide uccise un quarto delle truppe di Atene ed un quarto della popolazione, nel giro di quattro anni. Questa malattia fiaccò la resistenza di Atene, ma la grande virulenza della malattia ha impedito una ulteriore espansione, in quanto uccideva i suoi ospiti così velocemente da impedire la dispersione del bacillo. La causa esatta di questa epidemia non fu mai conosciuta. Nel gennaio 2006 alcuni ricercatori della Università di Atene hanno ritrovato, nei denti provenienti da una fossa comune sotto la città, presenza di tracce del batterio.

Morbo di Antonino, 165-180. Un’epidemia presumibilmente di vaiolo, portata dalle truppe di ritorno dalle province del Vicino Oriente, uccise cinque milioni di persone, pare che a Roma in quel periodo morissero 5.000 persone al giorno.

Morbo di Giustiniano, a partire dal 541; fu la prima pandemia nota di peste bubbonica. Partendo dall’Egitto giunse fino a Costantinopoli, morirono quasi la metà degli abitanti della città, a un ritmo di 10.000 vittime al giorno. La pandemia si estese nei territori circostanti uccidendo complessivamente un quarto degli abitanti delle regioni del Mar Mediterraneo orientale.

L’incontro fra gli esploratori europei e le popolazioni indigene di altre zone del mondo spesso fu causa di epidemie e pandemie violentissime. La popolazione dei Guanci delle isole Canarie fu completamente sterminata da un’epidemia nel XVI secolo. Il vaiolo uccise metà della popolazione di Hispaniola nel 1518, e seminò il terrore in Messico intorno al 1520, uccidendo 150000 persone (incluso l’imperatore) solo a Tenochtitlán; lo stesso morbo colpì violentemente il Peru nel decennio successivo. Il morbillo fece altri due milioni di vittime tra i nativi messicani nel XVII secolo. Ancora fra il 1848 e il 1849, circa un terzo della popolazione nativa delle Hawaiians morì di morbillo, pertosse e influenza.

Un altro agente patogeno che creò ricorrenti pandemie nella storia umana fu il tifo, chiamato anche “febbre da accampamento” o “febbre navale” perché tendeva a diffondersi con maggiore rapidità in situazioni di guerra o in ambienti come navi e prigioni. Emerso già ai tempi delle Crociate, colpì per la prima volta l’Europa nel 1489, in Spagna. Durante i combattimenti fra spagnoli e musulmani a Granada, i primi persero 3000 uomini in battaglia e 20000 per l’epidemia. Sempre per via del tifo, nel 1528 i francesi persero 18000 uomini in Italia; altre 30000 persone caddero nel 1542 durante i combattimenti nei Balcani. La grande armée di Napoleone fu decimata dal tifo in Russia nel 1811. Il tifo fu anche la causa di morte per moltissimi reclusi dei campi di concentramento nazisti durante la Seconda guerra mondiale.

Moltissime sono anche le epidemie di cui restano testimonianze storiche ma delle quali è impossibile identificare l’eziologia. Un esempio particolarmente impressionante è quello della cosiddetta malattia del sudore che colpì l’Inghilterra nel XVI secolo; più temibile della stessa peste bubbonica, questa malattia uccideva all’istante.

L’ “influenza spagnola”, 1918-1919. Iniziò nell’agosto del 1918 in tre diversi luoghi: Brest, in Francia; Boston, nel Massachusetts; e Freetown in Sierra Leone. Si trattava di un ceppo di influenza particolarmente violenta e letale. La malattia si diffuse in tutto il mondo, uccidendo 50 milioni di persone in 6 mesi Sparì dopo 18 mesi. Il ceppo esatto non fu mai determinato con precisione.

L’epidemia scoppiò a ridosso della Prima guerra mondiale e fu certamente favorita dalle condizioni umane e igieniche in cui dovettero combattere i soldati sui vari fronti, all’interno delle trincee. La caratteristica più sorprendente della pandemia fu il suo tasso di mortalità insolitamente alto tra le persone sane di età compresa tra 15 e 34 anni. Oggi si ritiene che fu diffusa dai soldati americani sbarcati in Europa dal 1917 per prendere parte alla Grande Guerra.

L’influenza spagnola fu chiamata così non perché veniva dalla Spagna, ma perché i primi a parlarne furono i giornali spagnoli. Infatti, la stampa degli altri Paesi, che era sottoposta alla censura di guerra, negò a lungo che fosse in corso una pandemia, sostenendo che il problema fosse confinato solamente alla Spagna.

Per evitare la personalizzazione delle pandemie l’OMS ha deciso di adottare delle sigle, proprio sull’esperienza della febbre spagnola. Infatti l’accostamento tra il luogo di scoperta della malattia ed il luogo georgrafico potrebbe rappresentare un deterrente per la comunicazione della scoperta. Insomma nessuno stato vorrebbe mai appendersi al petto la medaglia di un virus concedengoli il proprio nome e farsi additare come untore del mondo.

Il giorno 11 febbraio 2020 l’OMS ha dichiarato il nome ufficiale del nuovo coronavirus (Covid-19, che sta per Corona Virus Disease 2019). Tedros Adhanom Ghebreyesus, direttore generale dell’OMS, ha affermato che «dare un nome alla malattia è importante per evitare che vengano utilizzati appellativi scorretti o stigmatizzanti».

Nel 2015 l’OMS ha stabilito delle precise linee guida da seguire nella scelta di un nome per una nuova malattia ritendendo fondamentale evitare riferimenti a luoghi, animali, individui o gruppi di persone, optando per un nome facilmente pronunciabile e che abbia una relazione con la malattia.

«Inserire un riferimento a Wuhan nel nome ufficiale avrebbe significato dare una connotazione negativa ai cittadini di Wuhan, che non sono altro che vittime dell’epidemia», ha spiegato alla rivista Time Wendy Parmet, professoressa di legge alla Northeastern University (USA) ed esperta di salute pubblica. In passato molte malattie racchiudevano nel nome riferimenti a persone, luoghi o animali: pensiamo alla sifilide, che nel XVI secolo in Italia veniva chiamata “mal francese”, e in Francia “mal di Napoli”; oppure la stessa Febbre Spagnola.

Nella lista di esempi da non seguire, evidentemente dopo lamentele o segnalazioni degli stati che vi hanno aderito, l’OMS ha inserito anche la MERS (Middle East Respiratory Sindrome, sindrome respiratoria mediorientale, nome con chiari riferimenti geografici), l’influenza suina (poi rinominata dalla stessa OMS “A/H1N1”, visto il crollo di vendite subìto dal mercato delle carni suine) o il morbo di Chagas, che prende il nome dal suo scopritore.

È importante ricordare che il nome assegnato dall’OMS, Covid-19, si riferisce alla malattia, non al virus. Quest’ultimo è stato invece definito SARS-CoV-2 (sindrome respiratoria acuta grave coronavirus 2) dalla Commissione Internazionale per la Tassonomia dei Virus (in inglese International Committee on Taxonomy of Viruses, ICTV), responsabile della classificazione ufficiale dei virus di tutto il mondo.

L’ “influenza asiatica“, 1957-1958. Rilevata per la prima volta in Cina nel febbraio del 1957, raggiunse gli Stati Uniti nel giugno dello stesso anno, facendo circa 70000 morti. Il ceppo era lo H2N2.

L’ “influenza di Hong Kong“, 1968-1969. Il ceppo H3N2, emerso a Hong Kong nel 1968, raggiunse nello stesso anno gli Stati Uniti e fece 34000 vittime. Un virus H3N2 è ancora oggi in circolazione.

La SARS, 2003. Non una vera e propria pandemia anche se il virus, proveniente dalla Cina, si diffuse a Hong Kong e di lì fino a Taipei, Singapore, Toronto e molte altre nazioni.

L'”influenza A H1N1″, 2009. Attuale Pandemia del Virus H1N1 denominata originariamente Influenza Suina perché trasmessa da questo animale all’uomo.

Se avessimo imparato dalla storia, oggi non ci saremmo fatti cogliere impreparati, e visto che questa epidemia come abbiamo visto non è stata la prima e non sarà l’ultima, sarebbe bene adattare i nostri modelli sociali ad una capacità di resilienza in grado di contrastare le epidemie in maniera efficiente, senza tuttavia dover mettere in discussione le conquiste fino ad oggi raggiunte dai regimi democratici, semplicemente applicando dei criteri di efficienza sociale alle infrastrutture di stato già esistenti, valorizzando il rapporto essenziale pubblico – privato e quello delle istituzioni con il cittadino, consapevoli che le pandemie portano sempre e comunque a dei cambiamenti epocali all’interno dei quali vengono a crearsi degli spazi abilmente occupati sia dai concorrenti che dagli antagonisti del Paese colpito.

Telesio