Il primo passo verso l’istituzione della BCE è stato mosso sotto la spinta causata dalla piena consapevolezza almeno un decennio prima dell’imminente crollo del muro di Berlino ad opera del trio Reagan, Bush, Gorbachev in tandem con Margaret Thatcher e Giovanni Paolo II. Si manifestò così l’esigenza conseguente di una visione strategica per il capitalismo USA che aveva vinto il braccio di ferro con l’Unione Sovietica, serviva una visione che andasse oltre le macerie della guerra fredda.

Alla notizia della fallita rielezione di Gorbachev che aveva ceduto il passo ad un inadeguato Boris Nikolaevic Eltsin, il Deep State Sovietico approfittando di un periodo di villeggiatura fuori Mosca del neoeletto, tentò un colpo di stato al fine di impedire la dissoluzione dell’Unione Sovietica.

Il risultato ottenuto fu l’opposto di quello desiderato perché il popolo ormai stremato non diede seguito e si ebbe così il riposizionamento di Gorbachev come presidente dal 21 agosto 1991 alle ore 18.00 del 25 dicembre 1991, quando ormai la dissoluzione degli Stati dell’Unione era avvenuta anche a seguito del referendum di uscita dell’Ucraina del 12 dicembre, colpo di grazia.

Bisognava dare una prospettiva alla nuova locomotiva tedesca. Gli addetti ai lavori in Europa al fianco degli USA e del Vaticano con l’operazione Solidarnosc, ben conoscevano le disastrose condizioni economiche dell’Unione Sovietica che non si sarebbe mai risollevata ed avevano ben compreso l’imminenza della dissoluzione che si sarebbe concretizzata di lì a poco, quindi nel 1988 assunsero la decisione di realizzare l’Unione economica e monetaria: la libera circolazione di capitali, un’autorità monetaria comune e una politica monetaria unica per i paesi dell’area dell’euro. Gli USA evidentemente ritenevano più facile e meno dispendioso controllare un solo parlamento a Bruxelles piuttosto che stare col fiato sul collo a tutti gli Stati d’Europa.

Mai avrebbero potuto immaginare che in un angolo in penombra la Cina stava osservando defilata e man mano che prendeva forma il progetto europeo, ne programmava l’infiltrazione e la sottomissione ai suoi interessi.

Di fatto il Comunismo non è mai stato eradicato ed oggi è tornato forte più che mai, come non lo era mai stato prima nella storia con il cyber comunismo 5G.

Nel giugno 1988 il Consiglio europeo confermò l’obiettivo della progressiva realizzazione dell’Unione economica e monetaria (UEM) e assegnò a un comitato guidato da Jacques Delors, all’epoca Presidente della Commissione europea, il mandato di elaborare un programma concreto per il suo conseguimento.

Il Comitato era composto dai governatori delle banche centrali nazionali della Comunità europea, e dettero vita al “Rapporto Delors”, redatto a conclusione dei lavori che proponeva di articolare la realizzazione dell’Unione economica e monetaria in tre fasi distinte, volte alla realizzazione del cd. mercato unico, della moneta unica e della libera circolazione dei capitali, delle merci e delle persone.

Come al solito senza regole in grado di garantire i principi di solidarietà sociale e dumping fiscale come la storia avrà poi modo di mostrare. Migliaia infatti di aziende di grandi dimensioni hanno trasferito la sede legale dall’Italia all’Olanda oppure al Lussemburgo per i regimi favorevoli di tassazione dei dividendi, così come migliaia di attività industriali hanno trasferito gli impianti produttivi nell’est Europa per reggere all’evasione low cost cinese. L’assenza dei dazi poi ha completato la devastazione del mercato interno.

Oggi che mancano i soldi nelle tasche degli italiani, gli sguardi sono tutti rivolti a Bruxelles ed in particolare alla Banca Centrale Europea che detiene i poteri di gestione della politica monetaria europea, ed in molti si chiedono come mai le decisioni assunte da questo Istituto siano state nel corso della sua esistenza e del suo presente così lenti e nonché sfavorevoli ai Paesi del mediterraneo.

La BCE nasce dalla riluttanza degli stati membri nella gestione della politica monetaria nazionale. I politici dell’epoca sostenevano che liberandosi dalla gestione di tale incombenza e passandola nelle mani di un organismo sovranazionale avrebbero non di poco alleggerito le loro incombenze e le altrettante gravose responsabilità. Gli attacchi speculativi alla lira ed alle monete sovrane contribuirono “causalmente” non poco a convincere i governi a liberarsi di tale fardello.

Anche se l’idea di fondo sembrava giusta, i grandi filosofi politici che si facevano portavoce del capitalismo neo liberista, trascurarono del tutto le modalità con le quali avremmo lasciato una valuta di nostra proprietà per andare in affitto. Com’è stato possibile che sia sfuggito un dettaglio di tale importanza? Pressappochismo italiano oppure cattiva fede? Forse non lo sapremo mai, ciò che invece sappiamo bene è cosa sia lo Spread, i MES e come gli altri stati dell’Unione si dilettano a fare dumping fiscale ed ostacolare politiche economiche favorevoli ad una ripresa economica dell’area del mediterraneo.

Eurotower di Francoforte, sede e simbolo della BCE

Rivedendo un’intervista di Lucia Annunziata a Beniamino Andreatta rilasciata proprio in quei giorni nei quali decisero di ipotecare il Paese, oltre a percepire un certo disprezzo ed una sorta di “derisione” della valuta nazionale, possiamo oggi constatare che di tutte quelle previsioni di benessere e vantaggi non se ne è concretizzata nemmeno una. Acquistano allora anche un senso maggiore le pesanti critiche mosse da Bettino Craxi e Francesco Cossiga alla moneta unica, due nomi che ben avevano scolpito nella mente il significato di amor di patria e socialdemocrazia.

Perché la BCE non persegue fini di utilità sociale ma ragiona da banca privata pur non essendolo? Cerchiamo di capirlo partendo dalla sua storia e dai regolamenti di gestione.

Una prima risposta possiamo già trovarla nel regolamento SEBC (Sistema Europeo Banche Centrali) che ha istituito l’Ente.

Art.7 del protocollo SEBC “Conformemente all’articolo 108 del trattato, nell’esercizio dei poteri e nell’assolvimento dei compiti e dei doveri loro attribuiti dal trattato e dal presente statuto, né la BCE, né una banca centrale nazionale, né un membro dei rispettivi organi decisionali possono sollecitare o accettare istruzioni dalle istituzioni o dagli organi comunitari, dai governi degli Stati membri né da qualsiasi altro organismo. Le istituzioni e gli organi comunitari nonché i governi degli Stati membri si impegnano a rispettare questo principio e a non cercare di influenzare i membri degli organi decisionali della BCE o delle banche centrali nazionali nell’assolvimento deiloro compiti.” Questo articolo sancisce l’indipendenza decisionale della BCE.

Avete letto bene, coloro i quali si sono spogliati delle valute nazionali ed hanno investito nella quote della BCE non possono in alcun modo suggerire oppure orientare eventuali scelte di politica monetaria. Ricapitolando l’affare che abbiamo fatto: rinuncia a battere moneta, investimenti in quote della BCE senza possibilità di proferire parola. Una sorta di Trust quindi, ma se non decidono gli azionisti allora chi decide le politiche monetarie?

Ebbene, il consiglio direttivo…

Il Consiglio direttivo è composto dai 6 membri del Comitato esecutivo e dai 19 governatori delle banche centrali nazionali dei paesi partecipanti all’area dell’euro. Dove i 6 membri hanno diritto di voto permanente mentre gli altri… udite udite… votano a rotazione!

Qui la faccenda diventa interessante: “La rotazione contribuisce a preservare la capacità di azione del Consiglio direttivo” quindi preservare una capacità d’azione, significa preservare una linea di condotta sconfinando nello spigoloso mondo dell’etica! E ancora… “I governatori delle banche centrali nazionali sono suddivisi in diversi gruppi; a questo fine i paesi dell’area dell’euro sono ordinati in base alle dimensioni delle loro economie e dei loro settori finanziari.”

I governatori dei paesi che occupano dalla prima alla quinta posizione (attualmente Germania, Francia, Italia, Spagna e Paesi Bassi) dispongono collettivamente di 4 voti, mentre tutti gli altri (14 con l’adesione della Lituania il 1° gennaio 2015) condividono 11 voti. I governatori esercitano a turno i diritti di voto, con una rotazione mensile.” ai membri del Comitato esecutivo della BCE è riservato il diritto di voto in via permanente.

Se la matematica non è un’opinione i primi 5 Paesi hanno a disposizione ben 20 voti mentre i restanti condividono 11 voti. Questo significa che gli equilibri praticamente sono predeterminati, anche nel caso in cui, come sta accadendo per l’Italia uno dei Paesi che dispone di 4 voti volesse manifestare la sua contrarietà ad una politica sfavorevole.

Il curioso fenomeno della rotazione mensile

A differenza della FED per la quale la rotazione è prevista annualmente, per la BCE è stata furbamente prevista mensilmente. Questo significa che il fulcro del potere diviene così il calendario delle votazioni, per assurdo… basterebbe che una determinata votazione si trovasse nel mese della maggioranza proiettata in una determinata direzione piuttosto che un’altra per modificarne l’esito.

E’ pacifico che la stessa votazione può avere esiti diversi a seconda della composizione del Consiglio. Ecco perché la soluzione su base annuale appare molto più corretta. Non a caso è stata adottata per il dollaro che può definirsi una valuta vera in confronto all’euro. Scegliere infatti oggi di mantenere i propri risparmi in euro anziché in dollari, è un gesto di grande coraggio per il quale non è prevista tra l’altro nessuna ricompensa.

Qui potrete trovare il link ufficiale al sito della BCE che illustra i passaggi summenzionati.

E se un cittadino europeo a qualsiasi titolo volesse sapere i soldi delle proprie tasse come vengono gestiti dalla BCE? Vediamo cosa dice il regolamento:

Il pubblico accesso agli archivi della BCE è disciplinato da una decisione della BCE del 4 marzo 20046 che conferisce al pubblico il diritto di accedere ai documenti della BCE in linea con le risoluzioni del Consiglio europeo di Birmingham (1992) e di Copenaghen (1993), allo scopo di avvicinare la Comunità ai cittadini e di riconoscere il legittimo interesse di questi ultimi per l’organizzazione e il funzionamento delle istituzioni e degli organi finanziati con fondi pubblici.

Per “documento” si intende qualsiasi contenuto informativo, indipendentemente dal supporto su cui è presentato, che sia elaborato o detenuto dalla BCE e riguardi le sue politiche, attività o decisioni. Il pubblico ha quindi accesso anche ai documenti provenienti dall’IME e dal Comitato dei governatori, che sono custoditi negli archivi della BCE.

Per quanto riguarda la riservatezza dei verbali delle riunioni degli organi decisionali della BCE, l’accesso ai documenti non è autorizzato qualora la loro divulgazione non sia nel pubblico interesse. La riservatezza di tali verbali e di documenti collegati viene mantenuta per un periodo massimo di trent’anni. La motivazione alla base di ciò (cfr. sezione 4.2.2) prevale sull’interesse pubblico ad accedere alle informazioni, senza tuttavia recarvi pregiudizio, poiché la BCE comunica in modo dettagliato gli esiti delle riunioni dei suoi organi decisionali.

Le richieste di accesso ai documenti della BCE vanno indirizzate alla Direzione Generale Segretariato e servizi linguistici, preposta alla gestione degli archivi della BCE. In caso di rifiuto è possibile sottoporre la domanda al Comitato esecutivo. Se la BCE respinge definitivamente una richiesta, il soggetto interessato si può rivolgere all’Ombudsman (mediatore europeo) e alla Corte di giustizia, ai sensi degli articoli 195 e 230 del Trattato CE.

Quindi ricapitoliamo, una banca pubblica che però agisce come una banca privata, per rilasciare informazioni o documenti sul proprio operato stabilisce da sé (quindi privatamente) se la richiesta ricevuta persegua un interesse pubblico o privato. Ma l’interesse del privato essendo cittadino di uno stato membro e quindi di fatto avendo messo anch’egli denaro nella BCE come fa a non essere definito pubblico interesse? Mistero. Ci dicono comunque che se non ci sta bene possiamo fare ricorso alla CGE. Auguri.

Dunque ci chiediamo come tutto ciò sia potuto sfuggire all’attenzione dei miopi filosofi del pensiero unico europeo degli anni ’90? Quelle scelte oggi si ripercuotono sulla serenità, sullo sviluppo e sul benessere del Paese. L’eterno dilemma della politica italiana: superficialità e quindi incompetenza oppure dolo?

Andreatta, europeista convinto? Perché decise di farci abbracciare la causa della moneta unica praticamente bendati, mentre quando bisognava poi sostenere le industrie europee si trovava sempre dall’altra parte?

Fecero scalpore le dichiarazioni dell’allora ministro della Difesa, Beniamino Andreatta, a favore dell’F-35 USA rispetto al caccia europeo. «L’ultimo caccia americano costa la metà dell’Eurofighter ed è migliore sotto il profilo tecnologico, perché può muoversi con un sistema di collegamenti via satellite, senza scoprirsi», disse Andreatta il 9 luglio 1998, all’assemblea dell’Aiad. Andreatta si schierò a favore del Jsf-F-35 davanti ai rappresentanti delle industrie nazionali della difesa, più favorevoli al caccia europeo prodotto dalle industrie di quattro nazioni (Gran Bretagna, Germania, Spagna e Italia) che, nelle previsioni, avrebbe dovuto assicurare più lavoro alle fabbriche italiane, rispetto a un aereo americano. Gli americani promettevano costi unitari medi per velivolo più bassi in base all’assunto di arrivare a vendere tra i 2.500 e i 3.000 aerei, non solo in casa loro ma in tutto il mondo. L’Efa in origine partiva da una stima di ordini domestici, dei quattro paesi costruttori, di 620 aerei.

Molti fenomeni strategici purtroppo sfuggono ai radar italiani perché programmati secondo il linguaggio sopraffine e manipolatorio di scuola britannica, è possibile però notare come abilmente siano stati adottati dagli stati centrali europei. In altri casi invece è palese un indottrinamento ideologico nonché la convergenza di interessi personali che a giudicare lo stato in cui è ridotto il Paese, mal si sono conciliati con quelli nazionali, sperando che l’Italia decidendo di restare nell’Euro a tutti i costi non faccia la fine della Grecia affetta dalla sindrome di Stoccolma. O meglio di Berlino.

Altro elemento storico ma di riflessione contemporanea bisogna farlo sui pesanti interventi del Vaticano nel fronte dei sostenitori del pensiero unico europeo e della propaganda globalista contro quei patrioti che come Craxi tentavano di preservare l’interesse nazionale.

Mentre erano impegnati a formare la classe dirigente europea sarà sfuggito dai calcoli dei gesuiti che mantenendo questa linea, come disse Paul Valery nel 1944 “l’Europa diventerà quello che in realtà è, cioè un piccolo promontorio del continente asiatico” e che il partito unico di Pechino sarà costretto a promulgare una legge straordinaria per regolarizzare le badanti europee nel giro di un ventennio. Un futuro ottimo per il Vaticano che avrà esteso il proprio raggio d’azione nella terra adottiva di Matteo Ricci, un tantinello meno buono per i popoli di quei Paesi che come l’Italia hanno visto lievitare vertiginosamente il numero dei poveri. E sappiamo che dove più c’è povertà più c’è fede. Equazione agghiacciante.

Accanto a saggi di rilievo di studiosi come Paolo Pombeni e Piero Craveri, troviamo un apparato documentario imponente che ci mostra come, per la Dc, Craxi fosse un rompicapo e un pericolo vero, mentre il mondo cattolico provava una sorta di attrazione-repulsione verso il progetto egemonico del leader socialista. Per i gesuiti, almeno da un certo punto, egli divenne il nemico da abbattere. Craxi appartiene al passato, ma il suo spettro continua a percorrere il nostro presente.

Un pensiero su “BCE: storia di una sconosciuta

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